Tecnologia

Anonymous, nuovi supereroi contro le forze del male?

Nel lontano 2007 Fox News realizzò un servizio dal titolo “Internet Hate Machine” nel quale metteva in guardia da una nuova terribile minaccia proveniente dalla rete, Anonymous.

Frasi ad effetto, musica di sottofondo ansiogena e un paio di presunte vittime di questi criminali senza volto ma con le idee molto chiare, il cui unico scopo era di attentare alla nostra sicurezza informatica e alla nostra privacy.

In soli 8 anni, questi presunti criminali hanno messo in fila diversi importanti obiettivi: Scientology, Ku Klux Klan, Israele e, “a scendere”, Sgarbi, Renzi e Salvini, oltre ad aver supportato il movimento Occupy Wall Street. E rispetto a quel servizio della Fox, qualcosa è cambiato.

Cos’è (e cos’è sempre stato) in realtà Anonymous? Di sicuro una delle sigle più equivocate della recente storiaWikipedia lo definisce “un collettivo informale che porta avanti azioni e proteste su internet contro coloro che negano o minacciano la libertà d’espressione o che incitano a varie forme di discriminazione”.

Come erroneamente si pensa, Anonymous non è formato da semplici cracker (ovvero i comuni criminali informatici) né da hacker, più romanticamente definiti “persone che si impegnano nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte”. A voler essere precisi, soprattutto negli ultimi anni, il movimento è animato da hacktivisti che “prevedono l’uso di strumenti non violenti, illegali o legalmente ambigui per perseguire fini politici”.

Anarchisti, liberali o libertari, all’inizio le loro iniziative hanno un po’ avuto il sapore dello scherzo, in puro stile hacker. Il movimento, da sempre indigesto a una certa cultura conservatrice, ha poi subito una svolta di massa nel 2008, un po’ per caso: a Londra, ad una manifestazione contro Scientology, parecchi partecipanti per mantenere il loro anonimato si coprirono con una maschera che rappresentava il personaggio Guy Fawkes del film V per Vendetta. La cosa catturò definitivamente l’attenzione dei media (che avevano disperato bisogno di una semplificazione iconica) ma soprattutto ribaltò in positivo la mitologia del movimento.

Anonymous opera senza sosta dal 2003, con più o meno visibilità. Dopo la strage di Charlie Hebdo, e ancor più dopo il 13 novembre parigino, il collettivo ha concentrato gran parte delle sue azioni contro l’Isis, diventando sempre più visibile e ripreso dai media di massa. #Opisis nasce con lo scopo di fermare la propaganda dell’Isis sui social media, anche se le operazioni parrebbero non riguardare solo il gruppo Anonymous: raccogliere e segnalare gli account sui social media con qualche legame con l’Isis; rivelare l’identità di alcuni membri dello Stato Islamico; stanare i reclutatori, soggetti fondamentali nella macchina organizzativa del califfato.

Se dall’inizio Anonymous era identificato come il nemico misterioso e affascinante, oggi è chiaramente “dalla parte dei buoni”. In realtà noi pensiamo sia sempre stato dalla parte giusta, ma non intendiamo iniziare una digressione che ci porterebbe molto fuori traccia.

L’interrogativo, invece, è un altro: quanto vale la guerra di Anonymous contro l’Isis? Qual è il peso specifico delle loro “bombe informatiche”?

È risaputo che l’isis abbia un’ottima struttura di propaganda e usi la rete in maniera eccellente, e saperlo attaccato in uno dei suoi punti chiave, è significativo, al di là dei risultati che al momento non sono ancora valutabili con precisione. Se però l’attacco è opera di individui (per di più anonimi) di diverse provenienze geografiche e fedi religiose, uniti in una rete caratterizzata dall’assenza di gerarchie, bassa soglia di accesso e obiettivi chiari, la cosa diventa “rassicurante”, come rassicurante è sapere (notizia non ancora verificata di qualche giorno fa) che Anonymous avrebbe sventato un attentato in Italia, forse a Firenze.

La cosa interessante è che Anonymous mantiene tutte le premesse non mantenute della rete internet, “tutti agiscono indipendentemente, senza volere alcun riconoscimento. Vogliamo solo raggiungere qualcosa che crediamo sia importante…”.

Siamo di fronte a un nuovo supereroe? O forse ne avevamo tremendo bisogno?

Ma poi a cosa servono i supereroi se non ad aiutarci a trovare la forza, alimentare la nostra immaginazione, farci riavere il gusto per la scoperta e, ovviamente, rassicurarci il più possibile?