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Attentati Parigi, “Salah fuggì da Molenbeek nascondendosi in un mobile”

Il ricercato numero uno per gli attacchi nella capitale francese secondo il ministro della Giustizia belga "riuscì a scappare grazie a una legge che vieta le perquisizioni tra le 21 e le 5 del mattino". Il racconto del primo poliziotto entrato al Bataclan: "Ho lasciato un messaggio alla mia compagna per dirle addio, ero convinto di morire"

Salah Abdeslam, il ricercato numero uno degli attentati di Parigi, era stato “verosimilmente” localizzato a Molenbeek nella notte tra il 15 e il 16 novembre 2015 ma non poté essere arrestato a causa di un cavillo legale. A fare la rivelazione shock è lo stesso ministro della Giustizia belga, Koen Geenspotrebbe che ha spiegato che la sera del 15 novembre, Salah probabilmente si trovava in una casa al n. 47 di rue Delaunoy, ma la polizia non intervenne perché una legge del 1967, vieta le perquisizioni fra le 21 e le 5 del mattino. Deroghe a questa legge sono permesse solo in caso di “flagranza di reato” o di “incendio”, ma non in relazione al terrorismo. Per questo motivo la polizia entrò nell’abitazione sospetta il 16 novembre alle 17 dopo avere ottenuto un mandato di perquisizione, ma a quel punto Abdeslam se ne era già andato, se davvero era stato lì. Ma non è tutto: secondo la RTBF, la tv pubblica belga, proprio la legge del ’76 avrebbe fornito a Salah il tempo per scappare sotto il naso della polizia, sfruttando un trasloco in corso e nascondendosi in un mobile.

Per poter intervenire, in futuro, nell’orario proibito anche in caso di indagini per terrorismo sarà necessario modificare il codice penale belga e autorizzare le perquisizioni legate a questi reati 24 ore al giorno. Le modifiche alla legge rientrano fra le 18 proposte che il primo ministro belga Charles Michel ha presentato dopo gli attacchi di Parigi per rendere la lotta al terrorismo più efficace.

A completare la giornata sulle falle della sicurezza francese le dichiarazioni del settimanale satirico Le Canard Enchainé, secondo cui la minaccia sul Bataclan, il teatro in cui sono state trucidate 90 persone nella notte del 13 novembre, era nota agli inquirenti dal 2010. La giustizia aprì addirittura un fascicolo su un progetto di attentato “suicida”, che venne archiviato nel 2012. L’origine delle informazioni sulla minaccia contro la sala concerti è un attacco al Cairo contro un gruppo di studenti francesi in vacanza il 22 febbraio 2009 a seguito del quale la polizia egiziana arrestò diversi sospetti, tra cui la francese Dude Hoxha che avrebbe rivelato agli agenti dei servizi segreti che Farouk Ben Abbes aveva intenzione “di attaccare il Bataclan”. Una storia che sembrava confermata da un diario che la ragazza aveva scritto in carcere in Egitto, in cui alludeva ai piani di Ben Abbes che voleva attaccare la sala concerti perchè il proprietario era ebreo e “finanziava l’esercito israeliano”, secondo quanto riporta il settimanale. Nonostante questo l’inchiesta fu archiviata.

Il racconto del primo poliziotto entrato al Bataclan. A poco più di un mese dagli attentati spunta la testimonianza del primo poliziotto entrato nella sala concerti: “Quella sera ero convinto di morire” ha raccontato a France Info, “ho lasciato un messaggio alla mia compagna per dirle addio“. Ancora prima del blitz delle teste di cuoio contro il commando di terroristi che avevano preso d’assalto il teatro, fu lui ad abbattere il primo dei tre jihadisti. “La gente esce gridando e ci dice ‘presto, presto, entrate!’. Decidiamo di accedere all’interno. Una volta dentro veniamo sorpresi da una luce estremamente forte che ci acceca. Il silenzio è agghiacciante. E poi i corpi ammassati uno sull’altro. E’ un momento di spavento indescrivibile“, prosegue il racconto. Uno dei tre terroristi è sul palco col kalashnikov puntato contro uno spettatore. “Ha l’aria tranquilla, molto calmo. Vista la carneficina non abbiamo esitazioni su ciò che dobbiamo fare. Subito cominciamo a sparare. Nel mentre sentiamo una forte esplosione. Ci rendiamo conto che sono in grado di farsi esplodere con le loro cinture”.  E’ in quel momento che lui e il suo compagno hanno deciso di chiamare le rispettive compagne per salutarle per sempre. “Con il collega abbiamo deciso che non avremmo lasciato il teatro, che non avremmo lasciato tutta quella gente. Quella sera ero convinto di morire insieme a lui. Ho lasciato un messaggio alla mia compagna per dirle addio”. Poco dopo, l’assalto delle teste di cuoio al teatro che ha permesso ai due agenti di salvarsi.