Cronaca

Terremoto L’Aquila, governatore Abruzzo chiede a Mattarella la grazia per il preside del convitto crollato

Livio Bearzi, dirigente dell'istituto in cui morirono 3 ragazzi nella notte del sisma del 2009, è in carcere a Udine colpevole di "totale inerzia, a fronte di una situazione di evidente rischio per le condizioni in cui versava la palazzina, in presenza dello stillicidio di scosse". Anche la governatrice del Friuli, Debora Serracchiani, ha inviato al presidente della Repubblica una "richiesta di attenzione alla delicata situazione". Contraria la madre di una delle vittime: "Quattro anni di cella? Sono pochi"

È in carcere a Udine da un mese, Livio Bearzi, il preside del Convitto Nazionale dell’Aquila dove morirono tre ragazzi nella notte del terremoto del 2009. Su di lui grava la condanna a quattro anni di reclusione, più l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, per omicidio colposo e lesioni personali. Un arresto arrivato a sei anni e mezzo di distanza da quel tragico 6 aprile. Al dirigente scolastico la sentenza definitiva attribuisce una “totale inerzia, a fronte di una situazione di evidente rischio per le condizioni in cui versava la palazzina, in presenza dello stillicidio di scosse”. Bearzi ha “omesso di valutare l’enorme pericolo incombente sul vetusto palazzo”; colpevole anche per “il sol fatto di avere consentito la prosecuzione dell’attività”.

Nonostante lo sciame sismico, insomma, il preside non ordinò lo sgombero della struttura che dirigeva, risalente all’ottocento. Eppure lo stesso preside dormiva in convitto quella notte, insieme alla moglie e ai loro tre figli. Al momento Livio Bearzi è l’unico finito in cella per il sisma dell’Aquila. In tanti ora prendono le sue difese, arrivando a chiedere la grazia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

“È una brava persona e un professionista stimato – protestano i suoi colleghi dell’istituto comprensivo più importante di Udine, di cui Bearzi era diventato dirigente scolastico – non ha mai fatto pesare la sua vicenda personale. Tutti hanno potuto apprezzarne il coraggio e la forza d’animo, anche nei momenti più difficili”. Dà battaglia l’Associazione nazionale dei presidi: “Non appartiene alla nostra cultura la critica alle sentenze della magistratura, anche quando, come in questo caso, ci lasciano interdetti. Quello che vi chiediamo è di contribuire a un’iniziativa per ridurre il danno e restituire almeno l’uomo alla sua famiglia: una richiesta di grazia al presidente della Repubblica. In favore di un uomo che alla scuola ha dato tutta la sua vita e i cui meriti non possono essere cancellati da un singolo episodio, un frammento di una tragedia immensamente più grande di lui”.

Anche la politica si schiera dalla sua parte. La governatrice del Friuli, Debora Serracchiani, ha inviato al presidente della Repubblica Mattarella una “richiesta di attenzione alla delicata situazione del dirigente Bearzi”, con l’auspicio di una veloce “modifica delle norme vigenti che hanno comportato conseguenze eccessive per Bearzi: è il primo preside a finire in carcere per gli effetti del Testo unico 81/2008 – scrive Serracchiani – una normativa che grava sull’operare quotidiano dei dirigenti scolastici e dei responsabili della sicurezza, obbligati a segnalare rischi e pericolosità ma nei fatti non messi nelle reali condizioni di poter risolvere le mancanze strutturali, impiantistiche e ambientali degli edifici”.

Ha firmato una domanda di grazia anche il presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso: “Il preside Livio Bearzi, che è gravato da una condizione familiare difficile, non può essere assunto quale capro espiatorio di una situazione che affonda le sue radici nell’ottocento”.

La pensa invece molto diversamente Lucia Catarinacci, mamma di Luigi, che nel crollo del convitto “Domenico Cutugno” dell’Aquila trovò la morte a soli 15 anni. In un’intervista al quotidiano Il Centro, la donna ha dichiarato:” Bearzi poteva evitare ciò che è accaduto a mio figlio e questo non glielo perdono. Ho letto che in molti hanno detto che è una persona amabile, una brava persona. Non lo metto in dubbio. Ma in questi anni Bearzi non l’ho mai visto, mai sentito, neanche una telefonata. Non è mai venuto al cimitero a pregare sulla tomba di mio figlio. Adesso si chiede la grazia per una persona che non ha avuto pietà? Sarebbe bastata una telefonata da parte del preside, nell’imminenza delle scosse e saremmo corsi a riprenderlo. Sappiamo tutti come vanno le cose in Italia. E ora, per una volta che la giustizia ha fatto il proprio dovere, hanno tutti da ridire. Volete sapere che cosa penso veramente? Per me, madre che ha perso un figlio che non ha mai vissuto la sua vita, i quattro anni al preside Bearzi sono anche pochi“.