Diritti

Disabili: basta con le ricorrenze, passiamo ai fatti

Invalisi

Luigi non sta mai fermo e quando torna dal centro tutti i giorni il suo papà lo accompagna a vedere i ragazzi che giocano a calcetto.

Se piove o fa freddo rimane in macchina a scrutare i calciatori e solo quando vanno via tutti si torna a casa.
Luigi ha una giornata scandita da regole inviolabili scritte nella vita della sua famiglia.

Quando è a disagio o quando al centro cambiano le figure professionali che lo seguono, la sua vita sembra impazzire.
Movimenti ossessivi e ripetuti centinaia di volte trasformano le sue giornate. Emozioni incontrollabili iniziano a frullare nella sua testa.
L’impulso ad andare in bagno durante un’intera notte passata insonne o il dondolio ininterrotto del busto proteso in avanti a cercare qualcosa che non esiste lo assalgono.

E’ difficile descrivere l’angoscia di una mamma dopo l’ennesima notte in bianco trascorsa a implorare suo figlio di tornare a letto a dormire.
E’ difficile perché lei sa che da oltre 30 anni questo accade e può accadere anche per intere settimane di seguito.
Nel giro di una settimana una sbornia di celebrazioni (il 3 dicembre la giornata della disabilità, il 10 quella dei diritti umani ) si sono consumate senza nessuna conseguenza concreta.

In compenso gustose tartine, frizzanti aperitivi e interviste seriose hanno coinvolto politici tanto solidali quanto evanescenti.
Mi piacerebbe che i genitori di Luigi ricevessero da cotanti esperti di “diritti universali” una visita.
Potrebbero scoprire che significa avere un figlio disabile, vivere per lui senza una prospettiva, piangere per lui quando tutto intorno viene a mancare perché gli anni passano inesorabili.

Forse è più rassicurante continuare con le celebrazioni, affermare lealtà a principi traditi un attimo dopo dalle scelte politiche.
Forse è più semplice rinunciare al patto di stabilità per preparare altre guerre, che farlo per accompagnare la vita di Luigi e dei suoi genitori.
Forse.