Cronaca

Contractors, in Italia sono 200. Ma guai a chiamarli mercenari: la figura è vietata dal codice penale

Nel nostro Paese non è previsto l’arruolamento di personale made in Italy al servizio di uno Stato straniero. Eppure ci sono agenzie specializzate che ogni mese ricevono decine e decine di curricula e richieste di lavoro

Sono circa duecento i mercenari italiani che ogni anno operano in zone di guerra o ad alto rischio. Ma nessuno li chiama più così. Oggi si definiscono contractors. Più che ai soldati, quelli che partono dal nostro Paese si possono equiparare ai bodyguards o ai vigilantes privati. Il codice penale, infatti, vieta l’arruolamento di personale italiano al servizio di uno Stato straniero. In Italia operano diverse agenzie che organizzano servizi di protezione e “gestione del rischio” per aziende, compagnie e Ong. Oppure per difendere le navi dai pirati nei mari africani. In qualche caso anche per la protezione di personalità o politici locali.

Funziona così: se un’azienda deve operare in un territorio difficile, come Africa del Nord, Medio Oriente o America centrale (le aree considerate più pericolose al mondo), si rivolge alle società di security che gli fanno una sorta di business plan dei rischi. Poi solo una parte degli operatori va sul campo. Spesso si fanno joint venture con agenzie locali. “Per i servizi di protezione noi mandiamo due persone al massimo, per un totale di una quarantina l’anno. Per il resto utilizziamo personale locale”, racconta Carlo Biffani, Ceo di Security Consulting Group, una delle maggiori agenzie italiane. “Su internet se ne trovano a decine, ma a lavorare davvero in tutto il mondo in Italia siamo solo in tre o quattro”, aggiunge.

Alla sua società arrivano 120 curricula al mese, per la maggior parte da ex poliziotti o ex appartenenti a forze speciali. Segno che la morte di Fabrizio Quattrocchi, nell’aprile del 2004 in Iraq, non ha scoraggiato gli aspiranti mercenari. “Ne prendiamo pochissimi, perché, anche se molti hanno una formazione militare, un buon contractor deve avere altre doti come intuito, capacità di analisi e sangue freddo”, racconta Biffani.

Nella sede della sua società si fanno corsi di addestramento e formazione. E il prossimo 12 dicembre ci sarà un seminario aperto a tutti. Il settore, però, non è più in espansione come una volta. Il boom si è registrato tra il 2002 e il 2008, poi è iniziato il calo. “Oggi con l’aumentare di azioni terroristiche e rapimenti sono sempre meno le aziende che scelgono di operare in Paesi a rischio. E lo stesso vale per le Ong. Così per noi c’è meno lavoro”, rivela il Ceo di Scg, il cui fatturato è sceso del 30 per cento negli ultimi cinque anni. Anche i guadagni dei mercenari si sono ridotti, pur restando molto alti: prima si andava da 8 a 10 mila euro al mese, oggi da 4 a 8 mila, secondo il tipo di missione.

Ma entro quali limiti può operare un contactor? “I parametri sono quelli della legittima difesa: gli operatori sono autorizzati a fare fuoco solo in caso di estrema necessità e per difesa”, spiega Biffani. Nel corso degli anni le regole si sono fatte sempre più rigide. Anche sull’abbigliamento. Non ci si può vestire da Rambo e imbracciare il fucile come un guerrigliero: le armi spesso devono restare nascoste e, in alcuni casi, bisogna nascondere eventuali tatuaggi: ogni dettaglio in una situazione di rischio può fare da detonatore.

Ma ci sono anche italiani, almeno altre duecento persone, che si rivolgono a società estere. In questo caso, però, tutto cambia perché, a parte le grandi agenzie inglesi, francesi e americane, lì si entra in un territorio border line, dove non manca anche il fanatismo destrorso.

In Usa, per esempio, i contractor possono essere utilizzati per affiancare le missioni dell’esercito regolare. “In Italia è severamente vietato. Gli unici civili utilizzati dal nostro esercito sono il personale logistico – tipo cuochi o addetti alle pulizie – che prendiamo in loco. Con queste agenzie di security privata non abbiamo alcun contatto”, spiega un funzionario dello Stato maggiore della Difesa. I due settori, almeno in Italia, restano dunque distinti. Ma da altre parti il confine è più labile.

Da il Fatto Quotidiano di venerdì 30 novembre 2015