Mafie

Angelino Alfano, le intercettazioni dei boss contro il ministro: “Ha i nostri voti, ma si dimentica di tutti. Lo fottiamo”

Nelle carte dell'operazione che ha portato a sei arresti a Corleone, l'ira verso il carcere duro e l'intenzione di uccidere il ministro "come Kennedy" a Roma o ad Agrigento. Il procuratore Lo Voi: "Più una critica che un progetto di attentato". L'incontro con il sindaco antimafia per l'affitto di uno stabilimento caseario

I voti presi da Angelino Alfano, la proposta di assassinare il ministro dell’Interno, e il timore quasi reverenziale nutrito per Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. E i sospetti su dove sono finiti i soldi di Berlusconi. Sono alcuni dei retroscena emersi dall’operazione Grande Passo 3, che ha portato al fermo di sei persone: secondo il procuratore aggiunto Leonardo Agueci e i sostituti Sergio Demontis, Gaspare Spedale e Caterina Malagoli, rappresentavano il nuovo vertice di Cosa nostra a Corleone. Gli eredi di Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, si chiamano Rosario Lo Bue, Pietro Masaracchia, Salvatore Pellitteri e Pietro Pollichino, di professione pastori, rappresentanti della mafia arcaica, la più impenetrabile e spietata.

“Angelino si è dimenticato di tutti”. Di senso opposto il giudizio di Riina per Alfano. “Quel disgraziato di ministro dell’agrigentino – diceva ‘U Curtu in cella – là al ministero dell’Interno…questo è proprio accanito con questi quarantunisti, questo è accanito proprio, è un canaglia”. Ed è per questo che quel pomeriggio del 6 settembre 2014, i corleonesi che hanno raccolto l’eredità di Riina, lanciano la proposta di assassinare il leader del Nuovo Centrodestra, reo secondo loro di essere stato eletto con i voti di Cosa nostra per poi “dimenticarsi di tutti”. “Questo Angelino Alfano – dice Masaracchia ai due compari – è un porco con le persone, chi minchia glielo ha portato allora qua con i voti di tutti, degli amici. È andato a finire là, insieme a Berlusconi ed ora si sono dimenticati di tutti”. Poi l’uomo lancia la sua proposta: “Se siamo, se c’è l’accordo… lo fottiamo a questo…lo fottiamo, gli cafuddiamo (diamo ndr) una botta in testa”.

Curiosamente, i boss paragonano il responsabile del Viminale a John Fitzgerald Kennedy, il presidente degli Stati Uniti assassinato il 22 novembre del 1963 a Dallas. “Kennedy era allora il presidente degli Stati Uniti, perché a Kennedy chi se lo è masticato? Noi ce lo siamo masticato, noialtri là in America! Ed ha fatto, ha fatto le stesse cose che ha fatto Angelino Alfano che prima è salito con i voti di Cosa nostra americana e poi gli ha voltato le spalle”. I tre boss ipotizzano in un primo momento di uccidere il ministro nella capitale. “Possiamo partire tutti: a Roma ho già il posto, a Roma c’è gente che ha una casa e la mette a disposizione”, dice sempre Masaracchia. Che poi, però, si accorge del fatto che Alfano è superblindato. È per questo che sposta l’idea dell’omicidio avanti di due anni, in periodo di elezioni ed in territorio siciliano. “Qua appena ci sono le elezioni lui si porta (candida ndr) e se ne viene qua ad Agrigento, che vuole i voti degli agrigentini tra due anni ci sono le elezioni. Avendo le elezioni, scusami, che appena si porta lui diventa nessuno mischiato con niente: gli levano tutte le scorte”. Parole che, in ogni caso, sono solo uno sfogo dei tre, dato che in seguito non risultano ulteriori sviluppi operativi del piano di morte per il ministro. “Parlare di un progetto di attentato nei confronti del ministro Alfano è una espressione avanzata: siamo davanti a una conversazione tra soggetti che commentano criticamente le attività svolge dal ministro con riferimento al carcere duro, che è uno dei principali motivi di doglianza dei boss verso lo Stato”, ha spiegato il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi.

La signora Bagarella e l’incontro col sindaco antimafia.  E se nelle conversazioni intercettate i boss evocano spesso il nome di Totò Riina, emerge anche il profondo rispetto nutrito nei confronti di Ninetta Bagarella, moglie del capo dei capi e sorella di Leoluca, indicata semplicemente come “la signora”. Succede, per esempio, quando emergono problemi relativi alla gestione di alcuni terreni di proprietà della Curia: e in questo caso i reggenti di Riina e Provenzano non prendono alcuna decisione senza aver ottenuto l’autorizzazione da parte della “la signora”, cioè appunto Ninetta Bagarella, la first lady di Cosa nostra. Dall’inchiesta della procura di Palermo emerge anche come i reggenti del clan incontrano addirittura il sindaco di Corleone Leoluchina Savona, grazie all’amicizia che lega uno degli arrestati e Giovanni Savona, fratello del primo cittadino. L’incontro avviene il 3 settembre del 2014 e viene fissato perché alcuni degli uomini coinvolti dall’operazione antimafia puntavano a prendere in affitto uno stabilimento caseario di proprietà del comune. Tra i presenti, oltre al sindaco, al fratello c’è anche Sebastiano Tosto, responsabile dell’area palermitana del comitato esecutivo del Distretto lattiero-caseario regionale. “Giova precisare – annotano gli uomini dell’Arma, che documentano l’incontro – che Tosto Sebastiano è fratello di Tosto Salvatore, già condannato per il reato di associazione per delinquere e già sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno”. Eletta nel 2012 alla guida della città di Corleone, Savona è considerata un sindaco antimafia: dall’inchiesta della procura di Palermo non emerge alcuna consapevolezza sul ruolo degli uomini incontrati allo stabilimento di proprietà del comune, e il primo cittadino non è quindi tra gli indagati.

Che fine hanno fatto i soldi di B? A leggere le intercettazioni dei carabinieri emerge che il nome del capo dei capi fa spesso capolino nelle discussioni degli uomini fermati stamattina. Succede, per esempio, il 6 settembre del 2014 quando Pellitteri commenta con gli altri le parole di Riina, intercettato durante l’ora di socialità nel carcere di Opera, a Milano, mentre si confida con Alberto Lo Russo, boss della Sacra Corona Unita, che per sei mesi è stato “l’uomo cimice” del capo dei capi. In alcune di quelle discussioni nel cortile del penitenziario milanese, Riina racconta di aver ricevuto un pizzo dall’ex premier pari a 250mila euro ogni sei mesi. “Berlusconi esce cinquecentomila euro l’anno. Ma questi soldi dove vanno a finire?”, chiede Pellitteri. “Ci sarebbe da andare a vedere quello là a chi li davano, Dell’Utri. Ora lui è dentro. A chi li portavano?”, continua. In realtà il percorso di quel denaro è stato accertato, ed era lo stesso Riina a incaricarsi di distruibuirli periodicamente alle famiglie di Cosa nostra.

Ma i due di Dell’Utri non si fidano e insistono. “Questo vedi che fa il doppiogioco, non pensare”, commenta Masaracchia.“Perché allora si parlava di mettersi tutti assieme con Berlusconi. Insieme con Marina Berlusconi, con la figlia”. Sono i giorni in cui sulla stampa viene diffuso il contenuto delle centinaia d’intercettazioni di Riina in carcere. “Marina Berlusconi è una seria… i figli tutti quanti sono (seri, ndr), a parte Barbarella che si… i giocatori… Ha preso dal padre”, era il commento di Totò ‘U Curtu sugli eredi dell’ex presidente del consiglio.