Giustizia & Impunità

Corruzione, dàgli al politico: prima guardiamoci allo specchio

Alla fine bisogna dirlo chiaro: è soprattutto colpa nostra. È sbagliato pensare, come in molti hanno fatto per anni, che questo Paese sia stato messo in ginocchio solo da una classe politica generalmente incapace e a volte corrotta, da imprenditori trasformati in prenditori o che i cittadini onesti abbiano assistito inermi a una sorta di lotta tra i buoni e i cattivi, in cui i secondi hanno avuto sempre la meglio. Nella prezzoliniana terra dei furbi e dei fessi idee del genere possono servire per farci sentire tutti bene, tutti a posto con le nostre coscienze. Per farci credere di stare dalla parte giusta. Ma se solo si analizza la cronaca si comprende come queste convinzioni siano (in gran parte) false. E la storia degli ultimi 25 anni sta lì a dimostrarlo.

Nel 1993, l’inchiesta Mani Pulite, proprio come racconta da anni agli studenti l’ex magistrato Gherardo Colombo, comincia a finire quando le indagini passano dall’alto al basso. Prima, quando gli avvisi di garanzia e le manette riguardavano i sindaci, i parlamentari, i segretari di partito, gli italiani si ritrovano indignati e soddisfatti in piazza per inneggiare ai giudici. Chiedevano pulizia e rigore. In decine di migliaia gridavano “Di Pietro, Colombo andate fino in fondo”. Ed era facile e liberatorio farlo: intanto, toccava a loro, alla casta, a quelli che stavano sopra. Poi quando si comincia a capire che gli altri cattivi erano gli imprenditori, non vittime, ma complici dei politici a cui versavano tangenti per poter fornire servizi scarsi alla collettività a prezzi enormemente gonfiati, ecco comparire nei giornali i primi distinguo. I dubbi, le incertezze si moltiplicavano. E veri o falsi che fossero, servivano per far carriera in media controllati da editori ormai noti alle procure.

Infine l’ultimo salto. All’indietro. Le indagini arrivano in basso: colpiscono il vigile che in cambio della spesa gratis chiude un occhio sulla tara della bilancia. Il commercialista che per farti pagare un po’ meno di tasse allunga una mini mazzetta al funzionario di turno. A volte arrivano a chi ha chiesto un favore o una spintarella per ottenere qualcosa che non gli spettava. E allora tutto cambia.

Un giovane cronista, oggi molto conosciuto, Gianluigi Nuzzi scopre per esempio l’elenco di tutti gli affittuari a prezzi scandalosamente bassi nelle case di un ente milanese controllato dal Partito socialista. Telefona alle cronache cittadine di vari giornali, ma nessuno gli risponde. Poi alla fine un caporedattore spiega: “Bravo Gigi, notizia bomba. Ma non la pubblichiamo. Non hai visto che nell’elenco c’è il mio nome e quello del mio vice?”. Anche i giornalisti, si sa, sono italiani.

Ecco perché oggi se si leggono i post su Facebook in cui alcuni degli arrestati per assenteismo al Comune di Sanremo scaricano tutta la loro rabbia sui politici ladri, viene da pensare che il problema siamo noi. I figli del Belpaese. Un posto strano che ha inventato Cosa Nostra, ma pure cresciuto Falcone e Borsellino. Un posto dove ci si può ergere a paladini della legalità, come facevano i costruttori catanesi Costanzo e Bosco, e poi versare, secondo l’accusa, tangenti per vincere appalti Anas. Un posto dove indignarsi non serve. O almeno non basta più. Dove ai molti, ma minoritari eroi della fatica quotidiana, si devono sostituire milioni di cittadini normali. Gente abituata a pensare che, come scriveva Gandhi, “ciascuno di noi deve essere il cambiamento che vuol vedere realizzato nel mondo”. Dandone prova ogni giorno.

Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2015