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Appunti dal mondo a Km zero – Vienna

warren allott
Foto di Warren Allott Sono profughi lungo l’autostrada M7, che collega l’Ungheria all’Austria. E’ stata scattata questo settembre

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Prendi l’ultima Sacher della tua vita. La prossima volta, qui troverai kebab. Il signore del tavolino accanto, al Café Central, mi guarda apocalittico. Sono tra Austria e Polonia per parlare di profughi, ma è inutile sfoderare tabelle, spiegare che questi ragazzi pagheranno le nostre pensioni. La domanda, o meglio, la paura è una: l’islamizzazione dell’Europa.

In tanti hanno visto in televisione le immagini di ventenni, trentenni che in Ungheria sfondavano le barriere di filo spinato urlando: Allah Akbar! – che in realtà è un’espressione comune, in arabo, non ha un significato religioso: è come da noi bestemmiare contro Madonne e santi sparsi. Non è che ti accusano di blasfemia. Dici Allah Akbar! anche quando trovi parcheggio dopo un’ora che giri. Ma adesso è inutile. Il signore mi guarda torvo. Anzi, mi dice. La prossima volta, non troverai neppure il kebab. Perché starai chiusa in hotel dentro un burqa.

In genere cerco sempre di rassicurare. Questa è la classe media, ripeto. I profughi, in guerra, non sono mai i poveri: i poveri, i poveri veri, non hanno neppure cento dollari per pagarsi la benzina fino al confine e spiaggiarsi in una tenda dell’Onu. Questa è la classe media. Medio alta. E spesso, è in fuga proprio dalla religione. O più esattamente, dall’ossessione per la religione: dalle continue intrusioni dell’autorità nelle scelte private. Che si tratti dello stato, o un padre o un imam, in tanti, semplicemente, sono stanchi di essere chiamati a rendere conto a tutti di tutto. Cerco di descrivere siriani, iracheni, afghani, come laici, al fondo: come gente che si adatterà facilmente, rapidamente alla nostra società. Anche perché, a differenza nostra, che non abbiamo neppure idea di dove sia l’Afghanistan, di come sia, conoscono la nostra lingua. Hanno studiato sui nostri libri, letto i nostri giornali. Guardato le nostre televisioni. Hanno incontrato i nostri padri, e i padri dei nostri padri: i loro colonizzatori. Non devono neppure adattarsi: sono già adattati, basta guardarli: sembrano più studenti Erasmus che profughi.

Con lo zainetto, le cuffie. Le Adidas come le nostre. Poi però, ogni volta, mi sento un po’ razzista. Intanto perché così semplifico tutta la loro cultura, la loro identità, alla religione. All’essere credenti piuttosto che laici. Ma poi, soprattutto, perché il principio non è che accogli solo chi è uguale a te. Accogli chi ha bisogno di essere accolto. Non ha senso tacere le differenze tra noi europei e i profughi che sbarcano in queste settimane: e non solo perché sono innegabili: perché sono preziose. E per differenze, onestamente, non penso all’Islam, non penso al velo. Alla religione. Penso al diverso modo che abbiamo di gestire i rapporti sociali, i rapporti familiari. E poi la diversa gestione del tempo, e del denaro, le diverse priorità della vita, il lavoro, la carriera che non sono mai un mezzo per la realizzazione personale – in realtà, niente è uguale. No che non sono come noi. E per fortuna. Quest’idea, per esempio, che nessuno è un’isola. Il diverso equilibrio tra singolo e comunità. L’idea che hai avuto tanto, dagli altri: dai tuoi genitori, dagli amici, da tutti, anche dagli sconosciuti, e che quindi devi restituire qualcosa: devi dare, non solo prendere. Quest’idea che nessuno si è fatto da solo.

La riconoscenza. Che significa, prima ancora, la capacità di sentirsi fortunati. Di apprezzare quello che si ha. Di capirlo – capire quanto è fragile. Quanto va difeso. Ma quello che forse mi colpisce più di tutto, di questi ventenni, questi trentenni, è un’altra cosa: è il coraggio. Il coraggio e la dignità. Perché l’altra domanda ricorrente, in questi giorni, è se non sarebbe stato più saggio tenerci Gheddafi in Libia, alla fine, Saddam in Iraq, e ora Assad in Siria, invece che provare a cambiare paesi che è evidente, ormai: sono irrimediabilmente refrattari alla democrazia. Ma onestamente, se sono qui, se ho deciso di raccontare il Medio Oriente, è perché questi sono ventenni, trentenni esattamente come noi: esclusi da tutto: senza lavoro, senza diritti: senza futuro. E però, senza la minima intenzione di arrendersi. Di accettare una vita ai margini. Guardate a cosa sono disposti, per essere liberi. Che eserciti fronteggiano, che mari attraversano. Hanno una forza infinita. E io non posso avere che ammirazione per ragazzi così.

Non posso che dire che vorrei che fossimo come loro. Così diversi da noi. Con questo coraggio di battersi per vivere la propria vita secondo i propri valori, i propri principi. Come si crede sia giusto viverla. Che poi, non ditelo al signore qui accanto – ma in arabo è quello che si chiama jihad.