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Siria, Obama: “Isis perderà, è circondato. Ma Bashar Al Assad deve andare via”

Dopo il faccia a faccia con Vladimir Putin a margine della settantesima assemblea delle Nazioni Unite, il presidente degli Stati Uniti rilancia, aprendo all'Onu i lavori del summit sul contrasto a terrorismo ed estremismo. Ban Ki-moon: "Foreign fighter aumentati del 70%"

“Alla fine lo Stato islamico perderà, perché non ha niente da offrire alle persone, se non una vita rigida e brutale”. Dopo il faccia a faccia con Vladimir Putin a margine della settantesima assemblea delle Nazioni Unite, Barack Obama rilancia, aprendo all’Onu i lavori del summit sul contrasto a terrorismo ed estremismo: “Non siamo coinvolti solo in una campagna militare – ha detto il presidente degli Stati Uniti – le cose che si esprimono oggi nell’Is sono cresciute in decenni. Ma sono ottimista, perché in Iraq e Siria lo Stato islamico è circondato da una coalizione impegnata e determinata alla sua distruzione”. Ma per sconfiggere l’Isis in Siria, “c’è bisogno di un nuovo leader“, ha detto Obama confermando la posizione della Casa Bianca sul ruolo di Bashar Al Assad: il presidente siriano deve lasciare il potere. “Tutti i Paesi, compresi Russia e Iran – ha detto ancora Obama – devono sedere al tavolo per trovare un meccanismo politico che assicuri la transizione in Siria”.

Il dialogo tra Washington e Mosca sul futuro della Siria è avviato. Le maggiori divergenze tra le due parti riguardano il ruolo di Assad: se per Washington il presidente siriano non può restare al potere, secondo Mosca in questo momento Assad è l’unico baluardo contro il collasso di ciò che resta dello Stato siriano e la conquista di Damasco da parte delle formazioni jihadiste che da mesi si combattono nel Paese. Non si può permettere “che la Siria collassi come Stato”, ha detto il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov in un’intervista a Russia Today. “La Russia – ha dichiarato il capo della diplomazia russa – sta aiutando la Siria a combattere contro l’Isis. Abbiamo spiegato la nostra posizione, non vogliamo avere nessun tipo di attaccamento a qualsivoglia Paese in questa regione, ma abbiamo la ferma convinzione che non possiamo permettere che la Siria crolli come Stato”.

L’ammissione della Russia sul fatto che una transizione politica sia necessaria in Siria “è un inizio”, ha affermato il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, in una intervista a Msncb. Il presidente siriano “Bashar Al Assad, chiaramente, è la causa alla radice di questa crisi”, ha aggiunto. Da parte loro, durante le trattative condotte al Palazzo di Vetro, gli Stati Uniti avevano mostrato aperture sulla possibilità, caldeggiata da Mosca, che Assad possa sedere al tavolo dei negoziati, per poi uscire di scena una volta poste le condizioni per la transizione. “Assad potrebbe restare al potere per un periodo di transizione, ma non sul lungo termine”, ha detto il premier britannico David Cameron, parlando al network statunitense Cbs. “Quello che dicono gli Stati Uniti, con cui concordo, è che è necessaria una transizione e che ciò che è chiaro a riguardo è che alla fine Assad non potrà restare alla guida della Siria”, ha detto Cameron. “Non funzionerebbe perché non saremmo in grado di sconfiggere lo Stato islamico se lui continuerà a guidare il Paese”, ha proseguito il premier, aggiungendo: “Assad è uno dei reclutatori dell’Isis”.

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, ha detto in un’intervista alla Msnbc che Russia e Iran potrebbero usare la loro influenza in Siria per fermare Assad dall’usare rudimentali bombe a grappolo contro i civili. Il capo della diplomazia statunitense ha sollevato la questione in un incontro con Mosca e Teheran, a margine dell’Assemblea dell’Onu: “Sono entrambi nella posizione, forse in cambio di qualcosa che potremmo fare noi, di impedire ad Assad di usare i barili-bomba“, ha detto Kerry.

Durante il summit il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha lanciato un nuovo allarme: “La minaccia posta da gruppi estremisti come l’Isis sta crescendo, i dati dell’Onu mostrano un aumento del 70% dei cosiddetti foreign fighter da oltre cento Paesi verso le regioni di conflitto. Questa minaccia alla sicurezza internazionale richiede una risposta unitaria”.