Tennis

Pennetta-Vinci, alle radici del fenomeno: i ricordi dei loro primi maestri di tennis

Via Ciciriello a Brindisi e via Emilio Consiglio a Taranto. La prima racchetta, le sorelle d’Italia Flavia e Roberta, l’hanno impugnata lì. E i loro primi istruttori hanno ricordi comuni: "Abbiamo coltivato la passione. Erano delle bambine con voglia e talento straordinari. Il merito è solo loro"

Fanno un passo indietro: “Noi? Abbiamo coltivato la passione. Erano delle bambine con voglia e talento straordinari”. Sono quattro, tre di Brindisi e uno di Taranto. Alcuni di loro continuano a insegnare nei circoli tennis delle due province pugliesi che questa sera si vestono a festa per quel derby tra due amiche sul cemento del Queens. Una storia che inizia lontano dai riflettori. Via Ciciriello a Brindisi e via Emilio Consiglio a Taranto. La prima racchetta, le sorelle d’Italia Flavia e Roberta, l’hanno impugnata lì. La tarantina accompagnata da Davide Diroma; la brindisina assieme a Maria Fiume, Alfonso Pastore e Giuseppe Attolico. Sono i primi veri maestri di Pennetta e Vinci, gente abituata a sgobbare sui campi con ragazze e ragazzi. E in quel fiume di bambini pronti a rincorrere una pallina, ecco loro due.

Oggi sono tutti concordi: “Il merito è solo loro, di Flavia e Roberta”. Diroma ricorda ancora la prima volta su quei vialetti dove l’enorme scricciolo capace di devastare Serena Williams si affacciò venticinque anni fa. La portò papà Angelo. “Ciao, Roberta”. “Ciao, Davide”. E via, racchetta e sudore: “Ai bordi di uno dei campi più vecchi del circolo c’è ancora appesa una foto. Siamo in quattro: Flavia e sua zia Elvy, Roberta e io. È incredibile immaginarle insieme a giocarsi un Major”. Erano bimbe, oggi sono diventate mito. Sgombra il carro sul quale salgono tanti vincitori, Maria Fiume: “Fate un calcolo: giocano a tennis tutti i giorni da quasi 30 anni. Significa sette, ottomila giornate davanti a una rete con in testa un obiettivo. Ovvio che attorno debba esserci l’humus giusto ma poi ci sono loro, i sogni, i sacrifici e la passione”. Ecco, la passione. Quella di Flavia che fino a 13 anni – “quando ancora si allenava appena tre volte alla settimana”, come una qualunque – aveva qualche problema fisico di troppo, era gracile eppure forse aveva già deciso qual era la sua strada, che ora passa da New York e finirà chissà dove e quando. “Chiunque frequenti il circolo di Brindisi ha in mente un’istantanea – racconta Fiume – Nella palestra, dopo ogni allenamento dei bimbi della scuola tennis, trovavi Flavia a tirare pallettate contro il muro. Per ore e ore”. E come quella palla contro il muro, la Pennetta è rimbalzata senza scoppiare sul tifo che l’ha debilitata alcuni anni fa, l’operazione al polso destro, l’uscita dalla Top 100 del mondo nell’età migliore per un’atleta, il cattivo pensiero del ritiro. Cosa vuoi che sia la forza fisica della Halep al confronto?

Hanno vinto tante paure e superato altrettanti limiti. Ci è riuscita anche Roberta, quella “schiva e chiusa, che spesso se ne stava in disparte”, ricorda Diroma: “Vederla sorridente e spigliata dopo la vittoria su Serena e rapire il pubblico con le sue parole spontanee è stato bellissimo. Ho pensato che è davvero diventata grande”. La memoria corre a quando la tarantina poteva evitare i taccuini dei giornalisti e lo faceva senza esitazioni. Anche dopo aver vinto i campionati italiani, quando la maggior parte dei ragazzi avrebbe mille e più cose da raccontare: “Lei mi prese sotto braccio e mi disse: ‘Maestro, andiamo a giocare a carte’. E ci mettemmo in disparte, seduti su un tavolino, a mischiare il mazzo”. Venerdì ha pescato il suo jolly, la partita perfetta, quella di cui il tennis mondiale parlerà tra cent’anni perché ha impedito il Grande Slam alla Williams. “Se lo merita. È un risultato figlio della sua voglia di competere. Ogni volta che finivamo un allenamento, Roberta non abbandonava il campo prima di avermi sfidato a rete giocandosi un gelato o una bevanda”.

E poi le famiglie, accompagnatrici non invadenti del loro talento. Hanno cullato i sogni di Flavia e Roberta senza forzare nulla. La compostezza di Concetta, mamma della Pennetta, che in tanti ricordano incollata ai gradoni senza mai una parola fuori posto. O la convinzione discreta di papà Angelo Vinci, certo di aver messo al mondo qualcosa di speciale che doveva però pedalare con le proprie gambe. Sua moglie Luisa ha raccontato al Nuovo Quotidiano di Puglia che il telefono di casa Vinci ha squillato senza sosta venerdì sera: “Ho risposto a decine di sconosciuti che volevano complimentarsi”. Anche i Pennetta seguono le partite nel loro appartamento, “in due stanze diverse” come sottolinea sempre papà Oronzo. Una volta scremata l’abbondante retorica del riscatto delle donne, del Mezzogiorno, dell’Italia, ecco le radici di una finale diventata già storia: due famiglie, un ghiacciolo come premio al bar del Ct Taranto e il muro di una palestra al rione Casale di Brindisi. Questo sabato pomeriggio newyorkese è l’ultimo metro dell’American Dream di due persone, Flavia e Roberta. Tutti gli altri possono solo guardare, applaudire e prendere spunto.