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Coni Lombardia e quei 3mila euro alla senatrice del Pd. Che dice: “Non so nulla e non ho mai svolto quella attività”

Un caso che dimostra l'agilità con cui si pratica il “salto delle tasse” nel settore dilettantistico sportivo: nel 2011 Francesca Puglisi percepisce un pagamento per aver curato i rapporti con i media nell'ambito di una corsa podistica. Tutto esentasse. Contattata dal Fatto.it, l'onorevole fornisce una versione diversa: "Evidentemente la fattura è falsa e sono pronta a denunciare tutti, anche il mio ex marito". Che spiega: "Quel lavoro in realtà l’ho fatto io. Ma mia moglie sapeva"

L’onorevole Francesca Puglisi quasi cade dalla sedia: “Non ne so proprio nulla, non ho mai svolto quella attività né ricevuto compensi dal Coni. Evidentemente la fattura è falsa e sono pronta a denunciare tutti, anche il mio ex marito”. Non ci sta la senatrice del Pd, delegata dalla segreteria Renzi alla scuola, a passare come “prestanome” per compensi esentasse. Per di più a sua insaputa. Eppure è successo. La vicenda è questa. Nel giugno 2011 i vertici del Coni Lombardo organizzano una maratona celebrativa dentro il palazzo della nuova sede di via Piranesi che costerà la bellezza di 21mila euro tra organizzazione, promozione e catering. Quattro anni dopo dalle ceneri dell’ente – commissariato con cacciata del presidente Luigi Marzorati – spunta un ordine di pagamento alquanto curioso che la riguarda.

Tra le spese della manifestazione, pomposamente chiamata Bulding Running Experience, figurano anche 3mila euro a suo favore quale onorario per aver curato “i rapporti con la stampa”. E già qui qualcosa non torna. Com’è che una funzionaria di partito s’improvvisa addetto stampa del Coni? E poi che ci fa lei, fanese ma bolognese d’adozione, tra le mura del palazzo di via Piranesi? Andiamo avanti, perché quel pagamento che allora fu contestato (inutilmente) illumina oggi un mondo semi sconosciuto: la dilagante evasione che si consuma all’ombra dello sport dilettantistico. Quel compenso, per quanto modesto, era a suo modo “speciale”. Non concorreva, infatti, a formare il reddito imponibile di chi lo ha ricevuto. In altre parole, era esentasse. La ragione è scritta nelle disposizioni tributarie sulle società sportive e dilettantistiche cui il legislatore accorda il beneficio di pagare “collaborazioni tecniche” fino a 7.500 euro (per periodo di imposta) senza obbligo di denuncia (non serve neppure il codice fiscale!). I soldi, detto altrimenti, escono dalle società ed entrano nelle tasche dei loro collaboratori “puliti puliti”. Lo sgravio vale anche per indennità di trasferta, rimborsi forfettari e premi.

Grazie a quell’incentivo in 15 anni le società sportive non-profit sono letteralmente esplose: oggi sono 92.838 e danno lavoro a 13mila dipendenti. Bene. Nel tempo però è diventato anche un facile espediente per eludere il fisco, con incalcolato danno per l’Erario. Il trucco è semplice: basta far figurare come “tecnico-sportive” prestazioni che non lo sono affatto. Nessuno controlla e tanti ne approfittano, al punto che si contano ormai 75mila “collaboratori” – veri e presunti – che usufruiscono dello sgravio. E presto potrebbero essere anche molti molti di più. Alla Camera è in corso l’esame di una proposta di legge che chiede di allargare ancora i cordoni della borsa. A presentarlo– ma è certamente un caso – sono stati altri onorevoli del PD. Reclamando il riconoscimento della “funzione sociale dello sport” il testo Fossati-Molea chiede anche di “portare da 7.500 a 10mila euro il tetto di indennità, rimborsi, premi e compensi che non concorre a formare il reddito del percipiente”. Poco o nulla dice, invece, sulla necessità di arginare i furbi, come in questo caso.

Un caso di scuola, si può dire, che non è sfuggito al revisore del Coni. L’addetto stampa, obiettava allora il contabile Romano Messuri, non rientra tra le attività tecnico-sportive individuate dalla norma. E dunque “la prestazione (della Puglisi, ndr) doveva essere di carattere occasionale e non sicuramente collaborazione tecnica ai sensi della legge 342”. Ma è mai possibile che la capogruppo della Commissione Istruzione di Palazzo Madama, già relatrice della contestata riforma Renzi sulla Scuola, si sia prestata al gioco per aggirare il fisco?!? E qui inizia il giallo o meglio, il rosa. La risposta va infatti ricercata tra ragioni domestiche e anzi “coniugali”. Francesca, figlia dell’allenatore di basket e manager Santi Puglisi, nel 1993 sposa Luca Corsolini, giornalista sportivo, figlio dell’ex allenatore della Pallacanestro Cantù. I due si sono poi separati nel 2013, ma nel 2011 – l’anno della “prestazione” – erano ancora sposati. Tutte le tracce portano però a lui, ex addetto stampa del Bologna e di Adidas, con incarichi di docenza alla Scuola dello Sport del Coni e una copiosa produzione di testi per la rivista mensile “Coni Lombardia Informa”. Sua, del resto, è l’amicizia di lungo corso con Pierluigi Marzorati, icona storica del basket canturino che ha lavorato a lungo con suo padre prima di salire ai vertici del Coni lombardo.

“Quel lavoro in realtà l’ho fatto io” ammette Corsolini, precisando però di aver informato la moglie, all’epoca non ancora eletta ma già membro della segreteria del Pd. “Il problema era mio – spiega il giornalista -. Per motivi amministrativi non potevo ricevere altri pagamenti fuori del lavoro dipendente, avrei dovuto far fronte a più tasse e contributi. Ma Francesca sapeva”. La senatrice trasecola: “Non ne so proprio nulla. Se c’è una fattura a mio nome è falsa e sono pronta a denunciare tutti, anche il mio ex marito, Marzorati e chi scrive inesattezze”. Fatto sta che quel pagamento è stato disposto proprio a nome suo, con ordine firmato da Marzorati il 13 giugno 2012, in barba alle riserve espresse dal revisore. E forse non è il solo, perché di quella collaborazione veniva contestata anche la natura “non occasionale”. Il punto sta proprio qui. E’ una piccola vicenda, anche l’importo è modesto. E tuttavia dimostra la straordinaria agilità con cui si pratica il “salto delle tasse” nel settore dilettantistico sportivo. Un esercizio così agevole (e incontrollato) che può essere svolto perfino all’insaputa di chi – almeno formalmente – poi ne beneficia, come nel caso della senatrice Puglisi. Se il nome non fosse stato così vistoso e improbabile, del resto, non se ne parlerebbe neppure. E forse è proprio questa la notizia peggiore.