Società

Dipendenze affettive: quanto siamo ‘love addicted’?

Quando in amore diventiamo simbiotici e abbiamo il terrore di perdere l’altro, cerchiamo di compiacerlo, per poi dire “con tutto quello che ho fatto per te, come puoi lasciarmi?”.
Quando la nostra serenità e valore hanno origine solo dal giudizio e dallo stato d’animo dell’altro.
Quando giustifichiamo il nervosismo dell’altro come una carenza affettiva infantile che cerchiamo di colmare noi.
Quando l’altro torna a casa arrabbiato o arrabbiata e ci chiediamo “cosa ho fatto che non va”.
Quando ci adattiamo a cose che non ci vanno, pensando che, se saremo abbastanza bravi, lui o lei cambierà.
Quando diventiamo fobici e ossessivi se non ci telefona, controllanti e vendicativi se non si comporta come vorremmo.
Quando smettiamo di coltivare interessi e amicizie.
Quando la relazione mette a repentaglio il benessere emotivo.
Quando accade questo, siamo love addicted, amore dipendenti, come diceva già nel 1945 lo psicoanalista Fenichel, il primo a catalogare questa come una sindrome. Giddens, parla di tossicomania d’amore: come con uno stupefacente, proviamo ebbrezza con il partner, ci identifichiamo con i suoi gusti e pensieri e questi diviene indispensabile per stare bene. Cerchiamo “dosi” sempre maggiori di presenza e l’astinenza ci prostra.
Esistiamo solo quando c’è l’altro e abbiamo bisogno di continue rassicurazioni.

È normale che in amore si instauri un legame con il partner, così come è vero che, per poter vivere relazioni libere e sane nell’età adulta, dobbiamo aver vissuto una sana dipendenza nella vita infantile, là dove l’attaccamento era fondamentale per sopravvivere.
Ma, nella dipendenza affettiva, l’amore non è accrescimento reciproco, scambio tra persone libere, piuttosto una dinamica che comporta paura e coazione a ripetere.

I dipendenti affettivi, prevalentemente donne, oggi anche sempre più uomini, non hanno potuto costruire una sana dipendenza infantile e una sana separazione successiva dai genitori, che li portasse alla libertà affettiva.
In loro abitano vuoti da colmare: rifiuto di sé, inadeguatezza, negazione dei propri bisogni e diritti di ricevere amore, ma anche assurda presunzione di farcela, di riuscire cioè, prima o poi, a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci come vogliamo, proprio come è accaduto con i nostri genitori.

Infatti i dipendenti affettivi tendono a scegliere o attirare partner “problematici”, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo), con personalità narcisistiche o anaffettivi. Con questi creano una codipendenza, distruttiva ma difficile da sanare.
Dipendente e narcisista sono facce della stessa medaglia, come Eco e Narciso nelle Metamorfosi ovidiane: se il bisogno di attaccamento e riconoscimento è contrastato, il bambino non si sente speciale e sviluppa una bassa autostima. La reazione può portare a una personalità dipendente, tesa a soddisfare le esigenze degli altri per ottenere approvazione, o ad una personalità narcisistica, che gonfia il proprio ego per compensare la mancanza di autostima e di sicurezza.

I dipendenti elemosinano continuamente dal partner narcisistico maggior amore, ottenendo il risultato opposto. Si legano a partner che sanno non adatti a loro, ma, nonostante ciò li renda infelici, non riescono a lasciarli.

Entrano in ambivalenza affettiva: “Non posso stare con te, ma neppure senza di te”. Una altalena costante tra sofferenza per umiliazioni e maltrattamenti e angoscia al solo pensiero che la relazione finisca.

Si sviluppa così una vera sintomatologia con ansia, depressione, insonnia, inappetenza, ossessività. Se poi la relazione finisce, “naturalmente” sarà tutta colpa nostra.

I narcisi sono bravi a darci la colpa della rottura ed elencare tutto ciò che di sbagliato c’è in noi: questo crea un trauma d’abbandono, che non fa altro che abbassare ulteriormente l’autostima del dipendente affettivo.

Narciso è identità assoluta che non può conoscere l’altro. Eco è alterità assoluta che si identifica con l’altro e non può conoscere se stessa.
La riparazione? Comincia dalla consapevolezza, dal riconoscimento della dinamica e prosegue affrontando quel vuoto antico che in due modi complementari quanto distruttivi si è cercato di colmare.

Ciò significa occuparsi in prima persona delle proprie solitudini interiori, carenze affettive, bisogni di riconoscimento, piuttosto che proiettarli nella relazione.

Il coraggio di stare presenti a ciò che si ha dentro e concedersi di sentirlo, costruisce la libertà di essere davvero vicini a qualcuno e poter scambiare quell’amore che tanto si desidera.
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