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#pobrezafilia, la miseria in foto ‘sexy’. E in Messico diventa tendenza social

Coloro che twittano con maggiore frequenza l’hashtag #pobrezafilia sono uomini e tra questi oltre a chi si riprende a torso nudo, allo specchio, o nelle solite scalcagnate camere da letto, ci sono alcuni che vanno oltre le foto nude NSFW (not safe for work). Ognuno si farà attirare l’attenzione da ciò che vuole, ma sotto #pobrezafilia c’è un qualcosa di sinistramente malsano, un’aria da snuff movie che in certi scatti fa persino spavento

La signora della foto avrà almeno 50 anni, indossa stivali neri e un’improbabile minigonna, sta seduta su un lettone appoggiato ad un muro con una coperta più da ospedale che da boudoir, alle sue spalle sul muro sono appesi oggetti kitsch di uso casalingo come una paletta per le mosche e una borsetta di plastica rosa. In un’altra foto vediamo una ragazza molto affascinante girata di spalle, completamente nuda, tanto da intravedere la vagina: solo che la ragazza è appoggiata ad un letto a castello in metallo, pieno di valigie, sportine, oggetti appoggiati a casaccio, e in fondo a tutto illuminato dal riflesso del flash un muro scrostato. Questi sono solo due esempi che possono comparire a chiunque digiti l’hashtag #pobrezafilia, letteralmente la passione per la miseria, su Twitter. Il fenomeno social tra i più cliccati del momento, soprattutto in Messico, dov’è diventato rapidamente di moda, è stato analizzato dal sito web Morning News.

Si tratta di scatti ripresi con uno smartphone, anche se all’occorrenza si vedono pure macchine fotografiche digitali, principalmente da ragazze, donne adulte, o signore in età, colte in un momento di relax oppure di esibizione delle proprie grazie, magari abbondanti di seno e fianchi, con il diretto intento di suscitare reazioni erotico-sessuali. Peccato che ogni fotografia non si discosti mai dall’altra nel riproporre un’atmosfera di miseria strutturale e di pressapochismo estetico. Ognuno si farà attirare l’attenzione da ciò che vuole, ma sotto #pobrezafilia c’è un qualcosa di sinistramente malsano, un’aria da snuff movie che in certi scatti fa persino spavento. Basti solo pensare che in molte zone del Messico a seguito della violenta affermazione dei vari cartelli della droga sono state uccise centinaia di ragazze e donne, e i loro corpi o non sono mai stati ritrovati oppure sono finiti in fosse comuni come testimoniava, tra l’altro, un film interpretato da Jennifer Lopez: Bordertown.

La corrispondente da Città del Messico del sito statunitense inizia il suo reportage proprio dalla metropolitana dalla capitale a 3mila metri d’altezza dove non può far altro che registrare decine di possessori di smartphone tutti intenti a scrollare la propria pagina Twitter dopo aver digitato #pobrezafilia. “Gli hashtag esercitano un serio potere nella società messicana. #Ayotzinapa43, #YoSoy132, e #justiciaparalxscinco sono solo alcune delle campagne lanciate su Internet che hanno dato il via a movimenti politici epocali in tutto il paese, richiamando l’attenzione sulla difficile situazione degli studenti scomparsi a Guerrero, sulle accuse di parzialità nelle elezioni del 2012, e l’omicidio del giornalista Rubén Espinosa e quattro donne nel suo appartamento a Città del Messico”, ha spiegato l’autrice dell’articolo Julie Morse. “Eppure, per i social media esistono anche una serie di hashtag che riescono a ingigantire in modo parossistico la discriminazione e l’emarginazione dei poveri messicani dalla pelle scura”.

Coloro che twittano con maggiore frequenza l’hashtag #pobrezafilia sono uomini e tra questi oltre a chi si riprende a torso nudo, allo specchio, o nelle solite scalcagnate camere da letto, ci sono alcuni che vanno oltre le foto nude NSFW (not safe for work). Tal @Cornelius che si trincera dietro una foto di Trainspotting, oltre alle centinaia di donne nude, si sbizzarrisce nel twittare scatti dalle baraccapoli, spesso con donne che stanno riempiendo secchi di acqua o alcuni poveracci coi vestiti della domenica ripresi mentre sorridono all’obiettivo. Pablo Majluf, giornalista e docente presso il Monterrey Institute of Technology, in un saggio scritto per la CNN, ha spiegato che in Messico si sta vivendo quella che definisce “una discriminazione auto-inflitta”.  “Le popolazioni indigene si discriminano una contro l’altra, meticci discriminano indigeni e altri meticci”, ha scritto Majluf. Twitter, e in parte Facebook, non farebbero altro che amplificare questa tendenza. In Messico Internet è controllato da uno degli uomini più ricchi del pianeta, Carlos Slim, ed è molto accessibile perché poco costoso. Un abbonamento per cellulari dall’accesso illimitato sui social può costare anche 200 pesos ($ 12) al mese.

#pobrezafilia si è poi mescolato ad hashtag più hard come #putipobre (vacca povera), #misseria (signorina Povertà), e #TanRicaYTanPobre (così deliziosa e così povera), mescolandosi a foto pornografiche vere e proprie. Ma eccettuato qualche tanga o topless teen modello Usa, la musica non cambia: siamo sempre di fronte a ragazzine povere che vivono in catapecchie negli slum: pareti a mattoni, camere da letto in disordine, oggetti tra i più disparati nell’inquadratura. “#Pobrezafilia è un esempio del dominatore sul dominato”, ha concluso categoricamente la professoressa Alethia Fernández de la Reguera, docente di Studi di genere presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico – “in pratica è come naturalizzare la violenza contro le donne”.