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Migranti, “gli sbarchi a Lampedusa c’erano anche con Berlusconi. Parliamo di emergenza perché siamo impreparati”

Maurizio Ambrosini, sociologo dell'università Statale di Milano, spiega: "Sul piano della politica internazionale l'emergenza esiste, con 15 guerre nel mondo", ma "innalzare muri è una vecchia strategia per allontanare i problemi". Poi aggiunge: "La Ue di oggi assomiglia ai Paesi che alla vigilia delle Seconda guerra mondiale respingevano le navi con gli ebrei in fuga"

La questione profughi risveglia l’Europa dei muri. Quella che doveva aver finito di esistere con la caduta di quello di Berlino, nel 1989. “Sono una tecnologia vecchia, per cercare di tenere lontano da noi i problemi”, commenta Maurizio Ambrosini, sociologo dell’università Statale di Milano e autore, tra gli altri, di “Non passa lo straniero?” (Editrice Cittadella) un libro che racconta la guerra in corso, tra le politiche d’integrazione e di chiusura. I muri si alzano per impedire che i profughi arrivino al cuore dell’Europa. Ma sono efficaci? Servono solo a porsi fuori dai confini segnati dalle Convenzioni internazionali, secondo il professor Ambrosini. Anche l’Italia provò ad innalzare una barriera invisibile con Roberto Maroni ministro dell’Interno: respinse 900 richiedenti asilo verso la Libia, nel 2010. “Si aprì un conflitto rilevante con le Nazioni Unite, per la prima volta. Mi chiedo se ne valga la pena percorrere quella strada, che ci consegnerebbe allo status di Stato canaglia”.

170 mila sbarchi nel 2014, nel 2015 Frontex prevede lo stesso trend. Lo scorso anno 8mila transiti lungo la rotta balcanica tra gennaio e luglio, quest’anno nello stesso periodo 102mila. Sono numeri da emergenza oppure no?
Se collochiamo i numeri in un contesto globale diventano meno allarmanti. L’Unhcr stimava in 59,5 milioni le persone con necessità di protezione nel mondo, il dato più alto da quando effettua il suo rapporto. Ma solo il 14% si dirige ai Paesi sviluppati, l’86% va verso altri Paesi del Sud del mondo. Noi ci stracciamo le vesti per qualche migliaio di rifugiati quando in Libano ci sono 232 rifugiati ogni mille abitanti. Dei 3,9 milioni di siriani in uscita come rifugiati, solo pochi e benestanti raggiungono l’Europa. E l’Europa vuole difendersi sempre di più da questi arrivi.

Ma la globalità del fenomeno non giustifica chi la chiama “emergenza”?
Parlare di emergenza è uno specchio della nostra impreparazione e delle nostre fragilità. Gli sbarchi a Lampedusa c’erano quando il governo Berlusconi, con Maroni, smantellò i centri. L’Italia non ha nemmeno una legge organica sull’asilo politico. Noi e gli altri Paesi dell’Europa meridionale abbiamo sempre pensato che il problema non ci riguardasse. Quando fu discusso il Regolamento Dublino (che stabilisce oggi che un profugo deve essere accolto nel primo Paese dove chiede asilo, ndr) avevamo un atteggiamento passivo e disinteressato e ora cerchiamo di forzarlo comportandoci come Paesi di transito. Certo che poi sul piano della politica internazionale l’emergenza esiste, con 15 guerre nel mondo. Ma la risposta non sono i muri innalzati per difenderci dai nostri stessi obblighi umanitari. L’Europa di oggi assomiglia sinistramente ai Paesi che alla vigilia delle Seconda guerra mondiale respingevano le navi con gli ebrei in fuga. Con le stesse motivazioni: siamo già in crisi noi, siamo in troppi, non si integrano. La storia non è magistra vitae e ogni tanto tende sciaguratamente a ripetersi.

Quali sono le ragioni principali di quello che appare un improvviso spostamento di massa di migliaia di persone? Penso a quello che accade lungo la rotta dei Balcani.
In gran parte lo spostamento è percettivo. Bulgaria e Ungheria è almeno da due anni che si lamentano per l’aumento dei richiedenti asilo: il fenomeno è già datato. Uno dei pochi aspetti positivi di questa situazione è che si sta sprovincializzando l’ansietà. Ci accorgiamo che non siamo solo noi a sentirci accerchiati: ci sono Paesi più poveri e meno attrezzati che si comportano allo stesso modo, cercando di far transitare verso altri Paesi. Tutto questo prova che il Trattato di Dublino non tiene, soprattutto perché tratta i rifugiati come pacchi, come delle vite passive di cui qualcuno si deve occupare. Le convenzioni negano le aspirazioni, i legami, i desideri dei rifugiati. E questo è disumano, è un tradimento delle Convenzioni sui diritti umani che abbiamo firmato.

Esiste però una soglia che fa collassare i sistemi di accoglienza?
Se ne discute molto, ma ci sono Paesi che raggiungono tassi molto elevati, come la Svizzera (il 20%) o altri dell’area del Golfo in cui si arriva anche al 70%.

Ma in questo caso se li scelgono gli immigrati.
In minima parte. Tutti i Paesi democratici fanno regolarizzazioni, applicano norme sul ricongiungimento familiare, più o meno volentieri accolgono i rifugiati. Non è una questione di scelta, quanto di volontà di accogliere. Se si prendesse un campione di cittadini europei per chiedere loro quale sia la soglia di immigrati tollerabile direbbero probabilmente zero. Ma quello che capita è che nelle famiglie “normali” si assumono badanti straniere per curare i propri anziani. E in quel caso non ci sono problemi di soglia di tolleranza o di status legale. Anzi. Con le sette leggi sanatoria fatte nel nostro Paese il mercato ha obbligato a ridefinire il volume dell’immigrazione tollerata. Dal 2008 al 2013 gli immigrati regolari assunti in Italia sono aumentati di 800mila unità, seppur il dato si tenga nascosto. Questo vuol dire che c’è un mercato di lavori poveri che si nutre del lavoro degli immigrati.

Tra le tante ipotesi al vaglio dell’Unione europea, dal rafforzamento delle missioni di salvataggio in mare, fino alla redistribuzione delle quote tra Stati membri Ue, quale ha più senso?
Salvataggio, prima accoglienza e integrazione sono tre fasi distinte. Sul salvataggio c’è una grande ipocrisia di fondo: siccome non è facile dire che non si accolgono i profughi in fuga dalla guerra si dice che spariamo sui barconi per fermare i trafficanti di morte. In realtà ci sarebbe un altro modo per tagliare loro le unghie: garantire regolari traghetti verso l’Europa, oppure voli di linea. Perché non lo si fa? Perché di fondo non si vogliono accogliere i rifugiati. Stesso motivo per il quale non si fanno progetti di resettlemement (collocazioni di profughi in Paesi terzi, disposti ad accoglierli, ndr), nonostante ci siano nell’Agenda europea sull’immigrazione. Si ha paura del voto, si ha paura delle reazioni che ha l’opinione pubblica.

Come si esce da impasse dell’Europa, incapace di trovare soluzioni unanimi al problema?
Bisognerebbe fare dell’asilo una questione comunitaria, come le politiche agricole. Servirebbe una cassa comune attraverso cui sovvenzionare gli Stati in proporzione ai numeri effettivi delle persone accolte, tenendo però conto delle volontà dei migranti. Sono i legami sociali che già hanno infatti la principale agenzia di integrazione sociale. La sfida si può vincere, come già successo in passato. All’epoca delle guerre balcaniche, l’Italia ha accolto 77mila rifugiati provenienti dall’Est e oggi nessuno se ne ricorda più. Questa per un sociologo è la miglior conferma che non sono più vissuti come un problema. Bisognerebbe dire che l’alternativa all’accoglienza è l’abolizione dell’articolo 10 della Costituzione (“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”, ndr) e denunciare le Convenzioni internazionali. O si accoglie o non si accoglie, non c’è un’alternativa. Ma prima che arrivassero gli stranieri non è che ci fossero più risorse per anziani e disoccupati. Quella è facile retorica.