Cronaca

Mantova, il carcere fantasma costato due milioni e mezzo di euro. Ma mai completato

lavori per costruirlo sono iniziati nel 1988 e sono andati avanti fino al 2000, quando si sono interrotti definitivamente. Ora il carcere è un cumulo di macerie, una struttura fatiscente abbandonata a se stessa, una sorta di bengodi per i ladri di rame, di infissi, di termosifoni

Il carcere fantasma  sorge, come un cattedrale nel deserto, nel bel mezzo della campagna mantovana, a Revere, comune con poco più di duemila abitanti. Manifesto, fra i tanti, dello spreco di denaro pubblico. I lavori per costruirlo sono iniziati nel 1988 e sono andati avanti fino al 2000, quando si sono interrotti definitivamente. Fino ad allora sono stati investiti cinque miliardi di vecchie lire, circa due milioni e mezzo di euro. Soldi pubblici, buttati al vento. Ora il carcere è un cumulo di macerie, una struttura fatiscente abbandonata a se stessa, una sorta di bengodi per i ladri di rame, di infissi, di termosifoni e ogni altro genere di oggetti e materiali dei quali è stato letteralmente depredato.

“Nel 2011  il ministero di grazia e Giustizia ha concesso al Comune la piena ed esclusiva disponibilità della struttura per gli usi che riteniamo più opportuni“, spiega il sindaco di Revere Sergio Faioni, che ha le chiavi del carcere e ci accompagna in questo tour fra scale che crollano, vetri rotti, infissi buttati, sanitari nuovi e ancora impacchettati, erbacce e tombini aperti che spuntano come funghi . “L’amministrazione – continua – ne aveva fatto richiesta quando ancora gli enti locali non erano prigionieri del patto di stabilità e frenati dalla crisi. Il problema, però, è che oggi non abbiamo abbastanza soldi né per recuperalo e magari adibirlo ad altro uso, né per demolirlo. Servirebbero almeno altri due milioni di euro. Dove li troviamo? Per me il ministero può anche riprenderselo, a oggi il carcere ci impegna per i continui sopralluoghi che siamo costretti a far con i carabinieri a causa dei furti. Stanno portando via di tutto”.

Sì, perché i lavori per la costruzione erano arrivati a buon punto. La parte della direzione e della guardiania erano quasi terminati. Per terra, fra una miriade di vetri rotti e calcinacci, si trovano decine di infissi termici nuovi, nei molti servizi igienici i lavandini e i wc son sigillati. Più indietro erano i lavori della parte detentiva. Le 32 celle che avrebbero dovuto contenere circa 60 detenuti – più che altro condannati per reati minori o in attesa di giudizio –  sono ben evidenti a livello strutturale, ma ancora sono tracce in muratura. “La cosa buffa – prosegue il primo cittadino – è che nel 2000, quando i lavori si sono interrotti per mancanza di fondi, il Ministero ha comunicato la soppressione di alcuni progetti di carceri mandamentali, non più necessari dopo la depenalizzazione di alcuni reati. Ma fra questi non c’era Revere”.

Il progetto del carcere viene archiviato dal ministero nel 2003. Nel tempo si sono succedute varie ipotesi di recupero e fra queste la più gettonata era quella di trasformare la struttura in residenza sanitaria per dimissioni protette, oppure si era anche avanzata l’ipotesi di  ricavarne mini appartamenti per gli infermieri del vicino ospedale di Pieve di Coriano. Nessun progetto è andato in porto perché i costi erano troppo elevati. L’unica speranza era – ed è – che si facesse avanti qualche imprenditore privato: “Qualche anno fa – dice ancora il primo  cittadino – una cordata di imprenditori modenesi (Revere sorge al confine fra le province di Mantova, Ferrara e Modena, ndr) ha effettuato diversi sopralluoghi per cercare di capire quali fossero le possibilità di ricavarne una struttura sanitaria multifunzionale e poliambulatoriale. Dopo aver fatto alcuni conti e progetti con architetti e commercialisti hanno capito che l’investimento sarebbe stato troppo oneroso. Sarebbero serviti almeno due milioni e mezzo di euro”.

E intanto il carcere rimane lì, prigioniero della disorganizzazione italiana, fermo in un limbo che dura ormai da 25 anni e che, c’è da scommettere, durerà ancora a lungo. E come Revere sono 38 – secondo l’ottavo rapporto dell’osservatorio dell’associazione Antigone – i penitenziari italiani sottoutilizzati, inutilizzati o in stato di totale abbandono. Questo nonostante a intervalli regolari, e sempre più ravvicinati, si torni a parlare di sovraffollamento delle carceri sul territorio nazionale e di decreti “svuota carcere” come unica soluzione.