Expo 2015

Expo 2015, il tour del Fatto.it: i padiglioni imperdibili…e quelli così fuori tema che vanno visti. Il meglio e il peggio

Dalle strutture che sono diventate un must (come le torri svizzere o l'ologramma degli Emirati) a quelle che, dopo averle visitate lasciano un interrogativo: "Perché?". Come rinunciare, ad esempio, a una vetrina che mostra taniche di benzina in un'esposizione universale sul cibo? E ancora, ecco le migliori idee hi-tech, ma anche i tentativi (non riusciti) di stupire

L’hanno paragonato a una grande fiera. Del cibo soprattutto, perché a Expo quello che non manca sono ristoranti, chioschi e baracchini. Il gusto è soddisfatto, anche se col rischio di sborsare qualche euro di troppo. Ma all’occhio cosa resta? I più critici non ci vedono altro che un mega luna park costruito a suon di milionate di pubblico denaro. O un susseguirsi ininterrotto di pro loco nazionali per autocelebrare il rispettivo paese. Di certo una cosa colpisce, subito al di là del metal detector: la vastità dell’area, con un decumano lungo un chilometro e mezzo da percorrere tutto, dall’inizio alla fine. Padiglioni a destra e a sinistra, da dove incominciare? Che cosa scegliere? Ecco una breve guida del meglio e del peggio di Expo. Dai grandi classici, che grazie al passaparola sono diventati i padiglioni che è quasi d’obbligo visitare. A quelli che boh, chissà perché li hanno tirati su. Sempre che non siano così brutti che una visita la meritano proprio per questo.

I grandi classici
Il simil canyon progettato da Norman Foster per gli Emirati Arabi è uno dei più gettonati. Al termine della visita un ologramma-bambina mostra a ritmo di rap tutta la sua preoccupazione per la scarsità delle risorse della Terra. Un po’ di lavoro sul tema “nutrire il pianeta, energia per la vita” qui è stato fatto, un risultato per nulla ovvio a giudicare da molti altri padiglioni. Sui contenuti hanno ragionato anche in Svizzera, dove quattro torri sono riempite di acqua, sale, caffè e mele, ma solo finché i visitatori non avranno portato via tutto, visto che possono prendere quello che vogliono. Apprezzato il Padiglione Zero, il primo che si incontra se si arriva in treno o metrò, con una mostra sulla storia dell’uomo in relazione al suo rapporto con il cibo. Code per entrare tra le strutture di legno e le installazioni tecnologiche del Giappone, con la “diversità armoniosa” come idea ispiratrice. Nessuno vuole poi rinunciare a una camminata sulla grande rete del Brasile: inutile chiedersi che c’entri con l’alimentazione, meglio stare attenti a non ruzzolare giù.

Un buon riparo dal caldo lo dà una passeggiata nella foresta ricreata dall’Austria. E a proposito di alberi trapiantati a Expo, il Bahrain dà la possibilità di visitare dieci micro frutteti che dovrebbero dare prodotti diversi nei sei mesi dell’esposizione. Non è certo un grande classico tra i padiglioni, anzi l’edificio anonimo passa piuttosto inosservato. Ma chi non ha mai visto una pianta di papaya, la trova lì dentro insieme ai giuggioli, uno stimolo per farsi venire la curiosità di scoprire una volta per tutte perché si dice “andare in brodo di giuggiole”. Piace il Kazakistan, con la storia del paese raccontata per immagini da un’artista che disegna sulla sabbia e un corto in 3D che tra un effetto speciale e l’altro porta tutti nella capitale Astana per l’Expo 2017. Padiglione più incentrato su questo che sulla nutrizione, ma stavolta si può perdonare.

Ahimè, l’abito non fa il monaco
Dal decumano è uno dei padiglioni che si notano di più, con la sua distesa di fiori gialli e il tetto a onde di bambù. Così un salto in Cina sembra proprio vada fatto. Solo che una volta dentro non c’è molto al di là di un campo con migliaia di “spighe” a led. Questioni alimentari che coinvolgono 1,4 miliardi di persone? Non pervenute. Eppure lo spazio da riempire nel secondo padiglione per dimensioni era tanto. Bello grande è anche l’edificio della Thailandia. Sarà che il paese ha le sue attrattive, sarà che i draghi dorati all’ingresso fanno già atmosfera, la voglia di entrare arriva quasi subito. Bene, si viene condotti a gruppi in tre diverse stanze, ognuna con il suo video da guardare. Prima stanza, prima domanda: ma perché? E ora la seconda: quando finisce? Nella terza ecco la proiezione di un filmato sui progetti agricoli voluti dal re: la voce narrante si lascia andare a frasi del tipo “anche quando piove, sua maestà lavora per il popolo”. Il brusio che sale appena il video termina è la risposta a tutte le domande.

Che c’azzecca con l’Expo?
La palma di questa categoria la vince senza dubbio il padiglione del Turkmenistan. Ad accogliere chi entra c’è una gigantografia del presidente Gurbanguly Berdimuhammedow e, più in là, due lunghi tappeti che pendono dal soffitto. E l’esposizione? Taniche di olio per motori, ampolle con combustibili, modellini di aerei della compagnia di bandiera. In verità il tentativo di sviluppare il tema dell’Expo l’hanno pure abbozzato: ecco su alcuni scaffali la frutta, i biscotti e poi uno dei prodotti che a quanto pare è tra i più tipici del Turkmenistan: la pasta. Imperdibile. Solo che la domanda “ma questo cosa c’entra con Expo?” viene da farsela anche in molti altri padiglioni. Prendiamo la Moldavia. Un cartello informa che l’industria del vino impiega 250mila persone, certo. Poi però uno si trova di fronte a dei neon che rappresentano certe costellazioni “visibili solo in Moldavia”, a un prisma che riflette la luce del sole e a un video con danzatori in costumi tradizionali.

Embè?
Lo stupore è analogo davanti al mega schermo della Romania, o ai video dell’Irlanda, tanto per non allungare troppo l’elenco. Proviamo con il Vietnam: a parte qualche statua esposta non è altro che una rivendita di souvenir. Idem dicasi per diversi paesi ospitati nei cluster, che alla tipologia negozio di prodotti locali alternano quella di ufficio di promozione turistica. Ma a non demordere qualche soddisfazione arriva lo stesso, come quando ci si imbatte nella Corea del Nord (cluster delle Isole), per un assaggio del regime di Pyongyang, con tanto di raccolte di francobolli.

Expo tecnologico
Caratteristica comune a molti padiglioni è l’utilizzo di trovate tecnologiche e installazioni interattive per la fruizione dei contenuti. Applauditi i due robot della Corea del sud che fanno roteare i loro schermi video mentre ‘danzano’ lungo una coppia di binari. La Germania ha invece scelto di distribuire a ogni visitatore una ‘seedboard’, una sorta di tablet di cartone su cui nelle varie stazioni del padiglione vengono proiettati immagini e testi. Da provare, anche se dopo un po’, chi fosse davvero interessato alle spiegazioni finisce per trovare il tutto troppo laborioso. Riguardo ai messaggi, a volte possono far riflettere come quando informano che “degli alimenti venduti in Germania, uno su otto finisce nella spazzatura”, ma altre volte risultano piuttosto banali, come quando sottolineano che l’acqua è “necessaria per vivere”.
A proposito di tecnologia, il Future food district è il supermercato del futuro allestito in una delle aree degli sponsor, quella della Coop: pannelli interattivi riportano provenienza e caratteristiche del prodotto da scegliere, mentre un braccio meccanico afferra una mela, la impacchetta e te la porge. Se fra qualche anno faremo la spesa così, si vedrà. Per il momento vale la pena dare un’occhiata.

Una visita non si nega a…
Da non perdere il padiglione del Vino, uno degli spazi voluti dal nostro paese per celebrare le italiche virtù a tavola. Si trova poco prima di Palazzo Italia, lungo un cardo fin troppo ‘brandizzato’. Al piano terra un piccolo museo, sopra una serie di erogatori messi in fila con stile che consentono di fare degustazioni scegliendo tra 1.300 etichette: una ‘biblioteca’ del vino, con catalogazione per regioni e i sommelier a dare consigli. Nel padiglione del Belgio una vasca con dentro pesci mostra cosa sia l’acquaponica, un mix di agricoltura e allevamento: le sostanze di scarto dei pesci vengono filtrate da delle piantine, che ne traggono nutrimento, mentre l’acqua viene immessa nuovamente nella vasca a chiudere il ciclo. Se poi si è arrivati fino in fondo al decumano, perché non fare un salto nel padiglione del Qatar? Tanto per vedere come una terra desertica riesca a dare frutti.
Tra gli spazi delle onlus, infine, quello di Save the children consente di seguire la storia di un bambino che soffre la fame, mentre un erogatore spray dà la possibilità di sentire l’odore della guerra: un po’ troppo profumato forse, ma di sicuro effetto.

Un bambino a Expo
Chi di certo non si annoia a Expo sono i bambini. Hanno a loro disposizione uno spazio ‘ufficiale’, il Children park, con giochi e percorsi didattici, come quello che li porta a riconoscere l’odore di diverse erbe aromatiche. Ma le opportunità per farli divertire sono anche altrove. Della rete del Brasile si è già detto. Ci sono poi le altalene dell’Estonia, lo scivolo sul tetto della Germania, qualsiasi installazione interattiva. Fino al padiglione di uno degli sponsor, il produttore di macchine agricole New Holland: chi è mai salito su uno dei mezzi più grandi, la mietitrebbiatrice? Ecco, qua si può fare, oppure anziché stare fermi su quella vera si può andare avanti e indietro con il simulatore.

I re della notte
Ora che si è fatta sera un birra fresca ce la siamo meritata. Niente male bersela al ‘non padiglione’ dell’Olanda. Qui è tutto all’aperto: i furgoncini che vendono street food, la mini ruota panoramica, il palco con Dj set o musica dal vivo. L’atmosfera di vacanza all’estero è assicurata. Hanno un palco per spettacoli anche altri padiglioni, come quelli di Angola, Germania e Belgio. A darsi da fare per attirare la movida ci sono pure Polonia e Slovenia. Occhio però a non farsi prendere troppo, che poi ci si scorda dell’appuntamento con l’Albero della vita. Un peccato perdere il suo spettacolo di luci, acqua e suoni.

@gigi_gno – luigi.franco.lf@gmail.com