Società

Noi, deportati dal ‘selfie stick’ nel gulag del narcisismo di massa

Un anno dopo la simultanea comparsa in tutte le piazze di tutti i patrimoni dell’Unesco del mondo quella del selfie stick è già un’epopea, la più eroicomica e penosa epopea dei nostri tempi.

Abbiamo avuto l’escursionista gallese centrato in pieno da un fulmine a causa del bastone di acciaio con cui voleva immortalarsi nel pieno della bufera (ma anche nella bufera la sfiga continua a vederci benissimo), e abbiamo avuto il marine riuscito a trarre in salvo moglie e figlia che stavano annegando tendendogli non il solito salvagente ma la stecca telescopica (un selfie al largo non si rifiuta mai), meglio della gruccia di Enrico Toti.

Ci sono i selfie stick per professionisti, che si trasformano in “gobbi virtuali”, così su Periscope tutti possono sentirsi Lilli Gruber; però si allunga ogni giorno la lista dei monumenti, dei musei e dei siti dove selfie stick è stato vietato; dopo che uno se n’è volato via da un vagone dell’ottovolante e ha bloccato l’ingranaggio anche Eurodisney è passata al proibizionismo.

Non c’è dubbio, il selfie stick è più di ogni altro l’oggetto che ci smaschera per quello che siamo diventati. Lasciamo perdere la bruttezza intrinseca del monopiede con apposito alloggiamento per lo smartphone, lasciamo perdere la scomodità del portarselo appresso, lasciamo perdere l’assenza totale di senso del ridicolo di chi ti si para dinnanzi, in mezzo alla strada o al centro della piazza facendo le boccacce, e lasciamo perdere le attese e le gimcane cui il prossimo è costretto per schivare i selfiomani.

Il selfie stick è prima di tutto una macchina della verità: non è vero che volevamo vedere il Golfo dei poeti, la Torre di Pisa o la Gioconda; volevamo vedere noi stessi davanti al Golfo dei poeti, o mentre facciamo le corna alla Gioconda, traguardo finalmente raggiunto grazie alla profondità di campo dei selfie stick.

Nelle vecchie foto ricordo c’eravamo noi sullo sfondo della Torre di Pisa; adesso è la Torre di Pisa a essere sullo sfondo del porro del nostro naso; tutta un’altra cosa, ammettiamolo.

Non parliamo poi della cattura del Vip, che per qualunque selfie è la morte sua, come il miele di corbezzolo con la ricotta, perché lo fa valere doppio, come autoscatto ma anche come autografo.

Adesso, grazie alla nuova bacchetta magica, ci si può selfieficare in tutte le salse, guancia a guancia ma anche in coppia, in quadriglia, fino al gruppo lacoontico con il Vip al posto del serpente marino.

Selfie stick, ultimo stadio del narcisismo di massa, l’ansia di essere come tutti travestita dall’illusione di essere proprio noi, un ossimoro talmente perfetto da avere diritto a una protesi. Non una protesi dell’io, ma della sua immagine, l’unica cosa che gli è rimasta. Si selfie chi può.

Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2015