Ambiente & Veleni

Gas naturale: Davide batte Golia. A Bomba (Chieti) 880 anime fermano le trivelle americane

E’ una storia di quelle che danno speranza e che ci fanno ancora credere che l’attivismo – intelligente, unito, informato, composto e persistente – porta a risultati meravigliosi.

Siamo a Bomba, Abruzzo, provincia di Chieti. Popolazione: 880 anime. Un paesino tranquillo, dove non succede mai niente. Ci sono gli ulivi, la Maiella, il fiume Sangro e il lago. I romani devono a Bomba parte della loro elettricità: negli anni cinquanta venne costruita una diga, le cui acque alimentano tuttora una centrale idroelettrica per gli usi della capitale d’Italia.

Vennero espropriati più di un milione e mezzo di metri quadrati. La diga venne completata nel 1962, con pure la morte di due persone a causa di incidenti. Assieme alla diga nacque il lago di Bomba, azzurro e circondato dal verde d’Abruzzo. Con il tempo, lungo il lago si sono sviluppate attività turistiche e ricreative. Un’oasi di pace.

E poi… nel 2009 arrivano quelli della Forest Oil Corporation di Denver, Colorado. Decidono che vogliono riprendere l’attività estrattiva portata avanti dall’Eni venti anni prima, quando avevano trivellato tre pozzi alla ricerca di gas, non avevano trovato nulla di appetibile e se ne erano andati.

La Forest Oil vuole riprovarci. Oltre a trivellare cinque nuovi pozzi, avrebbero anche costruito una centrale di desolforazione e raffinazione. Il tutto con emissioni a poche centinaia di metri dal paese, vasche per il contenimento di materiale di scarto, in un territorio geologicamente instabile, prono alla subsidenza, e non lontano dalla diga. Diga che era stata costruita ad un angolo di 45 gradi ed in terra battuta, non in cemento, proprio per l’instabilità del territorio. Secondo i petrolieri sarebbe stato tutt’a posto, tutti i potenziali effetti sarebbero stati lievi e trascurabili.

Cosa può fare un paesino così piccolo di fronte ad un colosso americano del petrolio, in affari dal 1916 e che nel 2008 aveva registrato 1,65 miliardi di profitti?

La risposta è: tanto. Guidati dal Dott. Massimo Colonna, di professione chimico, i residenti si sono riuniti nel “Comitato Gestione Partecipata del Territorio” e non si sono più fermati. E se uno pensa che questo sia uno dei tanti comitatini di tanto fumo e niente arrosto si sbaglia di grosso. Questo è stato un comitato che ha prodotto testi intelligenti, che ha dibattuto i petrolieri, che ha convinto i  politici ad agire, che si è letto le carte, ha rifatto i conti dei petrolieri, e che spesso ne sapeva di più dei petrolieri stessi. A ogni occasione hanno fatto vedere alla Forest Oil di che stoffa erano fatti.

Ad un certo punto, esasperati, quelli della Forest Oil hanno mandato i loro rappresentanti a cercare di placare gli animi, un volo da Denver a Bomba a promettere benessere e profumi, ma nessuno gli ha creduto. Gli 880 residenti di Bomba hanno dato alla Forest Oil quello che loro stessi hanno definito il peggior benvenuto nella loro intera storia corporativa di novant’anni.

Ci sono stati tanti episodi in questa storia di Bomba vs. Forest Oil, a volte ci siamo quasi disperati, altre volte sembrava di avere la vittoria in tasca, ma in questi quasi sei anni, tutti abbiamo fatto la nostra piccola parte senza mai arrenderci. I balconi pieni di lenzuola No Forest Oil, la signora Filomena di un metro e mezzo che con la sua vuvuzuela le cantava a Giorgio Mazzenga della Forest Oil Italia, metà Abruzzo a mandare osservazioni di contrarietà, i bambini della maestra Assunta di Florio a scrivere ai ministri, gli eredi dello scrittore americano John Fante a scrivere ai politici, il Comitato e il Wwf a leggersi le carte, a spiegare a quelli della regione i pericoli della situazione, e a controbattere ai petrolieri parola per parola, e un po’ anche io dall’altro lato dell’oceano con testi e a scovare comunicati agli investitori dove pure la Forest Oil diceva che non era proprio tutt’a posto con la geologia di Bomba.

I petrolieri di Denver sapevano di essere quanto meno in ritardo sul loro programma di marcia. E così, nel 2012 hanno dovuto annunciare ai loro investitori dalle pagine del Wall Street Journal la perdita di 35 milioni di dollari di affari. La causa? Bomba!

Finalmente, dopo tanti alti e bassi, eccoci. Il giorno 18 Maggio 2015 il Consiglio di Stato ha decretato in maniera finale e definitiva che il progetto non s’ha da fare. Ci sono rischi di danni insostenibili per la collettività locale a causa dei rischi di subsidenza e occorre invocare il principio di precauzione. Il progetto dello sfruttamento di gas a Bomba è insostenibile.

Non ci sono più “tuttapposti”.

Fine.

Bomba ha vinto.

Ecco, da oggi in poi nessuno potrà dire che a Bomba non succede niente. E’ successo che 880 persone di un paese minuscolo dell’Abruzzo hanno rimandato a casa una multinazionale del petrolio. Chapeau.

Qui le immagini di Bomba e della sua battaglia