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Appunti dal mondo a km zero – Kirkuk  

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Pensavo – pensavo fosse un mendicante, onestamente. Gli ho anche lasciato due monete. Pensavo fosse uno dei mille sfollati che ormai vivono accampati tra le strade del Medio Oriente e delle sue mille guerre. E invece dormiva accanto a un distributore di benzina: per essere il primo della fila, domani mattina – perché c’è benzina solo per i primi dieci, qui, i primi venti. Tutto intorno a Kirkuk, tutto in mezzo all’Iraq, hai trivelle ovunque. Ovunque guardi, letteralmente. Gli iracheni galleggiano sul petrolio. Ma poi non hanno la benzina.

Non hanno neppure l’elettricità. E dormono così, sull’erba.

Come da noi si dorme fuori dall’Apple Store per avere il nuovo iPhone.

E poi stiamo qui a chiederci: l’Isis. Il terrorismo. Stiamo qui a chiederci perché. A scandagliare il Corano, a parlare di sunniti e di sciiti. Ed è come Gaza, un anno fa, quando ti chiedevano di spiegare Hamas. E tu avresti voluto solo dire: sono otto anni che a Gaza non hanno più neppure l’acqua. Sotto otto anni che sono sotto assedio. Sotto questo ronzio di droni, che sembra di abitare in un nido di vespe, e un F-16 che ogni tanto arriva e bombarda, arriva e muori, e quest’acqua che è acqua salata, acqua di mare, perché l’acqua potabile non c’è più da un pezzo, a Gaza, rimani appiccicaticcio tutto il giorno: tutti i giorni: per anni.

E poi stai lì a chiederti: Hamas. L’Islam.

Vivo in Iraq e mi vergogno.

Vivo in Iraq e mi vergogno, mi vergogno e basta, perché l’occupazione è finita, gli americani sono partiti, ma i padroni sfrecciano ancora a bordo dei loro fuoristrada blindati, ancora abitano nei loro hotel a sei stelle, nelle loro zone verdi, diplomatici, cooperanti, funzionari, mercenari di ogni sorta, insieme a questi iracheni che hanno recuperato dall’esilio e piazzato al governo, gente che era stata all’estero trent’anni e nessuno capiva che dicevano, quando tornarono, perché parlavano l’arabo di due generazioni fa, parlavano l’arabo di Garibaldi. O non parlavano arabo affatto. E per tutti l’emergenza è l’Isis, adesso, tra un aperitivo e l’altro, tutti a chiedersi da dove vengono questi jihadisti, e chi sono, e come è possibile tanta ferocia. Tutti a scavare nel Corano. Se solo la mattina si svegliassero in un casa di Kirkuk. In una casa vera: con quest’acqua che ti grattugia via la pelle, tanto è inquinata, i gemiti del vicino che si consuma di un cancro che non ha i mezzi per curare, se solo, come il ragazzino che vende fiori all’angolo della mia, senza un piede, avessero mai provato a spegnere la fame masticando cartone.

E invece. Tra un aperitivo e l’altro. Tutti a studiare i sunniti e gli sciiti.

Vivo in Iraq e mi vergogno.

Mi vergogno e basta, ora che mi chiedono di spiegare l’Islam, e l’Islam, l’Islam, nient’altro, ora che come Pasolini tanti anni fa, invece, io vorrei solo dire: Io so. Perché è sufficiente stare un giorno in Iraq, in Siria, per capire da dove arriva l’Isis. Ma starci davvero, starci come ci stanno i siriani e gli iracheni: per capire, per sentire, la frustrazione, l’umiliazione. Il rancore. E perché io so da dove arriva il tracollo di questo paese. Con Paul Bremer, ricordate?, il capo dell’amministrazione di occupazione, Paul Bremer che ha dissolto il Baath, e l’esercito, e a migliaia, all’improvviso, si sono ritrovati per strada. Senza nient’altro, in tasca, che un’arma. E so da dove viene questo scontro di religione, ora, con gli americani convinti che il problema fosse l’incompatibilità tra i sunniti e gli sciiti: e hanno finito per generarla, con questo sistema che come in Libano, come in Bosnia, lega ogni nomina, ogni carica, ogni appalto al gruppo di appartenenza, e non si guarda più alla competenza, al consenso, ora, il capo dello stato deve essere curdo, il primo ministro sciita, il presidente del parlamento sunnita – è l’unica cosa che conta. L’Isis ha molto più di Saddam, di Assad, degli americani, ha molto più di noi che del Corano. E perché io so che la barbarie è ovunque, nei prigionieri bruciati, nei prigionieri decapitati come nelle torture di Abu Ghraib, come in anni di marines di pattuglia che sparavano, colpivano a caso: come nel milione di morti causati dalle sanzioni dell’Onu – un milione: un milione di morti. E’ sufficiente stare qui un giorno, un’ora. E perché poi tutto è iniziato da una menzogna, ricordate?, quella delle armi di distruzione di massa. E per noi ormai è normale, ormai è storia, lo raccontiamo così, Blair, Bush, come se niente fosse, un paese che va alla guerra con un presidente che neppure si legge i documenti dell’intelligence, e un congresso che lo autorizza con un dibattito a cui partecipa il 10 percento dei deputati: un dibattito seguito da un solo giornalista: ma io so. Io so che così abbiamo invaso e devastato l’Iraq, distrattamente, io so che così lo abbiamo lasciato preda dei saccheggi, di mercenari, affaristi, avventurieri di ogni sorta, e tutti nella ricostruzione hanno avuto la loro parte, come nella ricostruzione di Haiti, nella ricostruzione del Kosovo, con il 96 percento dei fondi statunitensi speso senza rendicontazione – e mentre tutto andava in fiamme, in pezzi, ricordate? cosa abbiamo difeso? un ministero solo: io so: il ministero del petrolio.

Credete che qualcuno, qui, abbia dimenticato?

E però ogni volta riconduciamo tutto a queste cause vaghe: l’arretratezza, la cultura locale, l’odio ancestrale: i sunniti e gli sciiti – e come le tempeste di sabbia, che ora non sono più di sabbia, qui, ma di polvere. E tutti ti dicono: il deserto. Il cambiamento climatico. E invece è stato l’abbattimento delle barriere doganali voluto dagli Stati Uniti: è stata l’agricoltura che non era più competitiva, davanti ai prodotti di importazione, è stato l’abbandono in massa dei campi.

Siamo stati noi.

E poi stiamo qui a chiederci: l’Isis.

Pensavo fosse un mendicante.

Pensavo fosse questione di dargli due monete. Un lavoro, una zuppa calda.

E’ questione di dargli indietro il suo paese.

E mi vergogno, mi vergogno perché io so. Noi sappiamo. Tutti, sappiamo tutti.

(Foto: Hawre Khalid. Kirkuk)