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Yemen, nuovi raid della coalizione araba: “Bombe su Sanaa, 33 morti al sud”

Non si fermano i raid della coalizione araba sulle postazioni dei ribelli sciiti houthi che combattono l’autorità del presidente Hadi: colpito l'aeroporto internazionale e diverse postazioni nelle province occidentali di Taiz e al-Hudaydah. Intanto, è stato rivisto a 40 morti e 200 feriti il bilancio delle vittime dell’attacco al campo profughi Mazraq

I raid aerei della coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita sullo Yemen non si fermano: i caccia della forza congiunta hanno colpito numerosi siti controllati dai ribelli sciiti houthi (che combattono l’autorità del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi) in tutto il Paese, in particolare nella capitale Sanaa, a Yarim e nella roccaforte del gruppo etnico di Saadeh. Gli aerei da combattimento hanno preso di mira l’aeroporto internazionale di Sanaa e il campo militare degli houthi a nord della capitale, come hanno riferito fonti della sicurezza. Bombardate anche postazioni houthi nelle province occidentali di Taiz e al-Hudaydah. Lo hanno riportato residenti della zona e i media yemeniti. “Ci sono stati grossi incendi sulle montagne fuori da Sanaa. Sembra che abbiano colpito un deposito di missili, che ha bruciato per un’ora e mezza circa. E l’antiaerea ha sparato fino all’alba”, ha raccontato un abitante della capitale.

Trentatre persone, tra cui 18 houthi e 15 civili, sarebbero rimaste uccise  nei raid aerei condotti contro un checkpoint di miliziani sciiti nella città di Dhamar, nel sud del Paese. Lo riferiscono testimoni all’agenzia di stampa Anadolu spiegando che ci sono anche decine di persone ferite.

Intanto, è stato rivisto a 40 morti e 200 feriti il bilancio delle vittime dell’attacco al campo profughi Mazraq, nel nord dello Yemen. Lo ha fatto sapere l’Organizzazione mondiale per le migrazioni, precisando che decine dei feriti sono in condizioni gravi. L’agenzia di stampa ufficiale Saba, controllata dagli houthi, ha fatto sapere che l’attacco è stato compiuto da aerei dell’Arabia Saudita e che tra le vittime ci sono donne e bambini. “Potrebbe essere che i caccia abbiano risposto al fuoco e non possiamo confermare che si sia trattato di un campo profughi”, ha detto intanto il generale Ahmed Asseri, portavoce dell’esercito saudita. “Chiederemo alle agenzie yementie di confermarlo”, ha aggiunto”.

La portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Marziyeh Afkham, ha negato che Teheran abbia inviato armi agli houthi. Afkham ha annunciato, invece, l’invio del primo carico di aiuti alla popolazione yemenita da quando sono iniziati i raid aerei lanciati dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Afkham ha quindi parlato di “invenzioni” e di “bugie vergognose” a proposito delle accuse all’Iran di aver armato gli houthi, sottolineando che simili affermazioni “non giustificano i recenti attacchi allo Yemen”.

L’Iran ha un accordo con lo Yemen riguardo l’aviazione civile e Teheram ha inviato aiuti e medicine nel Paese usando i suoi aerei, ha aggiunto la portavoce, sottolineando che anche la Mezzaluna Rossa iraniana è pronta a fornire aiuti. Afkham si è poi appellata alla comunità internazionale e alla Croce Rossa internazionale perché forniscano aiuti al Paese. L’agenzia di stampa Irna ha spiegato che la Mezzaluna Rossa iraniana ha portato in Yemen 19 tonnellate di medicine e due tonnellate di cibo.

La Russia chiede la cessazione di qualsiasi azione militare nello Yemen, denunciando il rischio che la crisi precipiti in “un conflitto aperto” fra l’Iran e il mondo arabo. Prima di tornare a Losanna per la fase finale dei negoziati sul programma nucleare di Teheran, nella conferenza stampa che ha tenuto a Mosca insieme alla sua controparte di Vanuatu Sato Kilman, il ministro degli esteri Sergei Lavrov assicura che Mosca “farà il possibile” per evitare che la situazione precipiti, e chiede che i colloqui fra le parti coinvolte nel conflitto si tengano in territorio neutrale, quindi non in Arabia saudita, come aveva proposto sabato, in occasione del vertice della Lega araba di Sharm el Sheikh, re Salman. Prendono parte ai raid, oltre all’Arabia saudita, Emirati, Bahrain, Qatar, Kuwait, Giordania, Egitto, Marocco, Pakistan e Sudan. L’intervento iniziato la scorsa settimana è sostenuto dagli Stati Uniti.