Cronaca

De Tomaso, il marchio auto venduto a cordata svizzero-lussemburghese

Il raggruppamento formato da L3 Holding e Genii Capital si è aggiudicato la gara con un piano industriale che prevede 60 ricollocamenti nel 2017 e 360 riassunzioni entro il 2021. Secondo i vertici, a regime verranno prodotte 4.500 vetture a sportive all'anno. Ma probabilmente non nello stabilimento ex Pininfarina di Grugliasco, considerato troppo vecchio

La casa automobilistica De Tomaso ha finalmente un compratore. Ad aggiudicarsi l’asta fallimentare sull’azienda torinese è stata la cordata formata da L3 Holding, con sede a Chiasso, in Svizzera, e dalla lussemburghese Genii Capital, che ha partecipazioni in LotusPolaroid: l’azienda ha vinto la gara, che si è svolta il 19 marzo a Torino, grazie a un’offerta di 2,05 milioni di euro. La proposta della società include un piano industriale che prevede assunzioni, anche se limitate rispetto al totale del personale e dilazionate nel tempo: 60 ricollocamenti previsti nel 2017 e 360 entro il 2021. “Il nostro piano industriale – hanno dichiarato in febbraio Patrick Louis, responsabile del settore automotive della Genii Capital, e Alberto Fontana, amministratore unico della L3 Holding – prevede la produzione, a regime, di 4.500 auto sportive. Il prodotto di punta sarà una vettura a due porte con motore posteriore. Stiamo facendo valutazioni sul sito produttivo. Lo stabilimento di Grugliasco però sembra vecchio, i costi di manutenzione sarebbero troppo elevati. Sarebbe più indicato costruirne uno nuovo, sempre nel torinese”.

Durante la prima fase della gara, a spuntarla era stata la finanziaria Ideal Team Venture limited, con sede legale nelle Isole Vergini e sede operativa a Hong Kong. All’asta che si è tenuta il 27 febbraio, i cinesi hanno prevalso con un’offerta di 510mila euro per il solo marchio De Tomaso e senza alcun piano industriale. Il giudice si era riservato dieci giorni per decidere e poi aveva riaperto la gara, fissando una nuova asta per il 19 marzo. A questo secondo, decisivo round ha partecipato anche la società Eos Italia, che però, durante la fase di rilancio, si è fermata sotto il milione di euro, mentre gli altri pretendenti sono arrivati a superare i 2 milioni. Ora il giudice ha dichiarato l’approvazione definitiva e la settimana prossima L3 Holding dovrà versare l’importo pattuito e stipulare l’atto di compravendita.

“Poteva andare peggio – è il commento a caldo di Vittorio De Martino, segretario della Fiom Cgil di Torino – Almeno questa società, al contrario dei cinesi, ha previsto un piano industriale. Anche se i numeri, che parlano di 360 riassunzioni nel 2021, non sono sufficienti”. I 900 dipendenti della De Tomaso, distribuiti negli stabilimenti di Grugliasco (Torino) e Livorno, sono in mobilità da dicembre: non a caso le manifestazioni di interesse sono arrivate dopo il licenziamento dei dipendenti, che ha svincolato le società pretendenti dalla riassunzione del personale. “Anche i tempi delle assunzioni sono troppo distanti – prosegue De Martino – Per i lavoratori sotto i 40 anni la mobilità scadrà a fine 2015, per gli altri nell’arco di due o tre anni. Bisogna risolvere la questione in tempi più brevi”. Il 23 marzo, gli operai si riuniranno in assemblea davanti allo stabilimento di Grugliasco.

Intanto, l’assegnazione della gara sembra segnare l’epilogo di una lunga e complessa vicenda dove al tracollo industriale si intrecciano i guai giudiziari dei vertici societari. Nell’ottobre 2009, la De Tomaso guidata dall’imprenditore Gianmario Rossignolo ha acquisito tutte le attrezzature dello stabilimento Pininfarina di Grugliasco, alle porte di Torino. Doveva essere un nuovo inizio per i prestigiosi marchi automobilistici, con 100 milioni di euro di investimenti annunciati, ma delle buone intenzioni si è visto solo il prototipo della concept car Deauville, presentato al Salone di Ginevra. Le illusioni sono sfumate nel giro di soli tre anni: nel luglio 2012, il tribunale di Torino ha decretato il fallimento della De Tomaso. Pochi giorni dopo, Gianmario Rossignolo è stato arrestato dalla guardia di finanza con l’accusa di truffa ai danni dello Stato. L’inchiesta si è formalmente chiusa nel dicembre 2014 con 15 indagati, tra i quali rientrano appunto il patron dell’azienda e il figlio Gianluca. I reati contestati sono bancarotta fraudolenta, false fidejussioni e violazione della legge fallimentare.