Scuola

La ‘Buona scuola’ di Renzi è inemendabile

Brevemente, anche perché avrò tempo di tornarci nei prossimi mesi, voglio dire che il testo del ddl scuola presentato da Renzi è inemendabile. E voglio anche spiegare perché. Per farlo bisogna leggerlo integralmente ed uscire dalle patinate slides di regime, di cui invece tanti sembrano accontentarsi. Registriamo e portiamo a casa – come Comitato per il sostegno alla Lip scuola, che – assieme ad altri soggetti – si è battuto per ottenere questo risultato, un successo indubitabile: rispetto all’arretramento di dicembre relativo a quanto previsto nel pdf La Buona Scuola, si evidenzia un ulteriore – definitivo – arretramento sugli scatti di anzianità, che verranno mantenuti. Ma, per il resto, la bozza di ddl è la concretizzazione di uno slogan che un tempo usavamo in senso paradossale: la scuola azienda.

Il dirigente sarà l’unico arbitro non solo della chiamata e della gestione del personale, ma anche della valutazione dei docenti e – infine – della didattica, prerogativa fino ad oggi del collegio dei docenti. Una ripresa del ddl Aprea in versione hard, se è possibile. Il collegio non avrà più sovranità in quell’ambito, ma – come il consiglio di istituto – verrà solo “consultato”: fine degli organi collegiali e della democrazia scolastica. Del resto non c’è da stupirsi: si tratta, mutatis mutandis, dello stesso impianto che il premier sta imponendo, ad un livello più alto, a tutto il mondo del lavoro con il Jobs Act e – ad un livello supremo – alla democrazia del nostro Paese, attraverso una concreta, intenzionale ed incontrastata sottrazione di poteri e centralità al Parlamento, amplificata dalle riforme che sta mettendo in campo.

E, come il concetto di partecipazione, su cui si fonda la Costituzione, è stato cancellato di fatto dalla vita pubblica, così viene rimosso – quale inutile orpello – all’interno delle istituzioni dello Stato che sono le scuole. Scuole statali, perché il nostro ordinamento costituzionale prevede una non equipollenza con quelle private, per le quali non dovrebbero essere stornati fondi dalla fiscalità generale. E invece esse saranno oggetto – dopo la chiamata all’ordine dei 44 parlamentari (di cui 32 renziani), che hanno preteso ed ottenuto l’obolo, aggiuntivo rispetto a quello che le paritarie percepiscono annualmente e che ammonta a circa 700milioni – di sgravi fiscali. Alle scuole singole (non eventualmente al sistema scolastico nazionale, per favorire l’abbattimento della sperequazione tra scuola e scuola, tra zona e zona del Paese) potrà essere devoluto il 5xmille, in spregio del principio dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale e di quello di uguaglianza, in una miserabile visione proprietaria di uno strumento – la scuola – dell’interesse generale.

Precari: dopo epidemie di “annuncite” e numeri in libertà, il Governo dovrebbe assumerne 100mila, di cui circa 25mila coprirebbero il turnover, mentre non si coprirebbero tutti i posti realmente disponibili, dal momento che una parte – pari, considerati conteggi attendibili che stiamo facendo e che presto pubblicheremo, a mezzo docente ad istituto scolastico  – verrà destinato al cosiddetto “organico funzionale”: un ibrido monstrum extracontrattuale, cui non verrà garantita alcuna stabilità lavorativa, verrà reclutato dal ds dall’albo di rete, in cui tornerà alla fine di 36 mesi lavorativi, avrà un mansionario da tuttologo e tuttofare. Che apre – sulla scia del Jobs Act – un vulnus gravissimo su tutto il sistema di reclutamento anche nel pubblico impiego.

Sui 500 euro per l’autoformazione dei prof, basta dire che tale spesa non è contabilizzata: si è trattato dell’ultimo coniglio dal cilindro, dopo i numerosi ritardi sulla data di presentazione, dovuti a dilettantismo, confusione, fretta, discordanza tra annunci e praticabilità. Tutto il resto (0-6, diritto allo studio, valutazione e una serie di altre materie strategiche) è all’interno del testo come delega al governo, come nelle migliori tradizioni antidemocratiche, contro le quali – ai tempi della Moratti, ad esempio – si battevano (ipocritamente, con il senno di poi) anche coloro che stanno oggi facendo lo stesso. Ricattando: “prendere o lasciare” (annessa delega in bianco) sulla pelle dei precari che da settembre stanno aspettando.

Mentre la pag. Fb che il Pd ha dedicato alla riforma della scuola è letteralmente invasa dal dissenso e da promesse di non votare più quel partito (dissenso che mi affretto a registrare qui, prima che tutto venga rimosso, come usano fare di ciò che non si incastra con la loro singolare idea di “ascolto”) leggo con stupore immenso un articolo di Ciccarelli sul Manifesto in cui gli uomini senza macchia e senza paura della minoranza Pd dicono la loro sulla riforma della scuola: “Della «Buona Scuola» Cesare Damiano loda l’alternanza scuola lavoro e la «sta­bi­liz­za­zione» dei pre­cari. Fas­sina vede «ambi­zioni impor­tanti e posi­tive» ma chiede di ridi­scu­tere i poteri dei pre­sidi. Ber­sani ne loda la «spinta rifor­ma­trice». «Come Par­la­mento — ha riba­dito — cer­che­remo di andare alla svelta»”. Anche a costoro dovremmo affidare la speranza di una dura battaglia parlamentare? La fedeltà alla logica di partito – alla quale questi signori hanno subordinato voti pesanti per smantellare la democrazia nel nostro Paese – è già di per sé incomprensibile. In questo caso, la sedicente sinistra di questo partito che sostiene di collocarsi nell’asse di una tradizione (opinabile, ma certamente salda su alcuni principi che hanno emancipato questo Paese, perché scritti nella Costituzione) sta vergognosamente esprimendo, se ancora ce ne fosse bisogno, la sua faccia loffia e inerte attraverso addirittura il consenso. Hanno letto il testo? Sanno cosa stanno delegando al Capo? Il silenzio sarebbe stato più dignitoso.

Ci aspettiamo che i parlamentari della sinistra del Pd che hanno firmato il testo della Lipscuola abbiano un’idea diversa.