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Isis e i video dell’orrore, meglio vedere: questi sono i nostri avversari

Solo le persone da poco non giudicano dalle apparenze, proverbiava Oscar Wilde. E le apparenze dicono che dietro le esecuzioni mediatiche dell’Isis esiste la realtà di una decapitazione, di una defenestrazione, di un bambino che uccide un uomo. Gli uomini neri o i bambini ‘occidentali’ del califfo compiono di certo crimini perché vengano diffusi attraverso i mezzi che nell’ultimo decennio hanno cambiato la nostra percezione – certo non la nostra conoscenza – del mondo. Possiamo sapere tutto e subito, dunque solo quello che ci balza maggiormente all’occhio e soltanto per un breve istante, prima che la prossima immagine si stampi nella retina, spesso senza arrivare davvero nella nostra mente.

Ma l’effetto è assoluto, come una pubblicità, come un videogioco. Le immagini dell’Isis entrano completamente nel nostro circuito mediatico e cognitivo, e respingerle non fa sì che non esistano – o smettano di essere compiuti – i crimini realizzati per destabilizzarci e al contempo per galvanizzare e attirare il fanatismo dei giovani musulmani d’oriente e occidente. Dieci anni fa, con i primi ostaggi uccisi dai predecessori dell’Isis in Iraq, e le prime decapitazioni da parte di al Zarqawi, maestro del califfo al Baghdadi, noi giornalisti ci chiedemmo se e come diffondere quelle immagini rozze e terribili: venne scelta la censura parziale o totale.

Ma nell’era dell’immagine è facile cadere nel paradosso descritto da Nicolas Hénin, giornalista e orientalista francese per 9 mesi nelle mani dell’Isis e compagno di prigionia di James Foley: “Non ha senso rompere il termometro per dire che la febbre non c’è”. Le martellate degli uomini neri alle statue, i colpi di bulldozer contro le vestigia del passato della Mesopotamia, ci scandalizzano e affascinano, e le mostriamo per sottolineare la barbarie dei nostri avversari, ma fanno parte della stessa strategia, dello stesso reality creati da menti che consideravamo rozze, ma sono invero raffinate solo che brutali. Intanto tweet e post su boiate pazzesche come un nudo in tv o una dichiarazione piccante fanno record di condivisioni.

Questo siamo e abbiamo la libertà di nascondere dietro lo schermo con il quale vediamo il mondo la realtà che non ci aggrada. Non sono d’accordo, a costo di far venire disgusto e torcibudella alle nostre anime belle e delicate, ovvero ormai guastate dalla realtà virtuale del momento. Ma so che una maggioranza, seppur non saggia, mi toglierà dall’imbarazzo di aver torto.

Il Fatto Quotidiano, 14 marzo 2015