Mondo

Libia, aziende: “100 milioni persi in pochi giorni, ma guerra peggiorerebbe le cose”

Damiano, presidente della Camera di commercio italo-libica: "Le imprese italiane che stavano ancora lavorando erano un centinaio". Ma un intervento militare è da evitare: "Dilaterebbe i tempi. L'Italia ha ottimi rapporti: il fatto che la nostra ambasciata non sia stata toccata – ed eravamo gli unici rimasti – la dice lunga". Ma servono figure autorevoli: "Romano Prodi in primis"

Almeno cento milioni di dollari in fumo: sono le perdite delle aziende italiane in Libia, dovute al caos di queste ultime settimane. A fornire la cifra a IlFattoQuotidiano.it è Gian Franco Damiano, presidente della Camera di commercio italo-libica. “La stima è difficile da fare ed è sicuramente a ribasso – spiega – ma le aziende che stavano ancora lavorando erano un centinaio: a parte il settore petrolifero, parliamo soprattutto di piccole e medie imprese, in settori quali manutenzione, costruzioni, impiantistica, restauri… Gli importi in ballo superano sicuramente i cento milioni di dollari solo per le commesse in corso”.

Quali e quante sono le imprese italiane in Libia?
“Sono tante: ci sono quelle che hanno delocalizzato in Libia, quelle che hanno aperto dei branch, altre che si sono riconvertite, altre che han creato aziende nuove laggiù per il semplice motivo che non c’era più lavoro in Italia; e per alcune, oggi il maggior reddito viene da lì. Quando si parla di Libia, si pensa subito a Eni, Impregilo, Telecom. Ma le aziende associate alla camera di commercio italo-libica sono circa 250 e per il 99% si tratta di piccole e medie imprese, i cui interessi sono più difficili da tutelare, per la difficoltà oggettiva di fare azione di lobbying. Avevo scritto una lettera a Mario Monti, ne ho scritta un’altra a Renzi sulla questione degli enormi crediti in sospeso, ma senza esito”.

Quali prospettive restano oggi a chi ha investito in Libia?
“Le rispondo con un esempio: anche ora alcuni partner libici dalla Cirenaica mi hanno chiesto disponibilità per una fornitura di presse per rottami in ferro: loro guardano già avanti, pensano a far pulizia, a recuperare il ferro che c’è in giro. Hanno quest’ottica aperta al futuro e noi dobbiamo essere loro partner”.

Cosa pensate di un eventuale intervento militare?
“Se ci fosse un intervento armato, il tempo si dilaterebbe. Per fortuna tutti ci stanno ripensando, perché qualunque intervento, anche sotto egida Onu, sarebbe dannosissimo, anche per le nostre aziende. Creerebbe ulteriore instabilità. Non tanto per i libici, che sarebbero pure contenti dell’arrivo degli italiani, coi quali mantengono un rapporto preferenziale, ma perché tutte le formazioni estremiste avrebbero gioco facile nel gridare al ritorno dei crociati. Inoltre non ci sono le condizioni sul terreno, neanche a livello tattico, per un attacco militare in un contesto così indefinito. Se si invia un esercito, questo si deve appoggiare a una struttura: a quale? Al governo di Tobruk o a quello di Tripoli? In ogni caso, significa crearsi un ulteriore nemico”.

Ma se l’Isis si espandesse, non sarebbe peggio, anche per voi?
“Non credo si tratti di una vera e propria espansione. Piuttosto, si tratta di affiliazioni al califfato da parte di milizie, che lo fanno a volte anche per comodità: non c’è solo l’aspetto tattico, c’è anche quello economico, l’adesione all’Isis garantisce remunerazione, quindi per una milizia magari costituita da 50 o 100 uomini è conveniente. E sicuramente è ciò che è successo anche a Sirte”.

Se si esclude l’opzione militare, cosa si può realisticamente fare?
“Abbiamo perso parecchi treni negli ultimi mesi, anche Bernardino Leon è fermo al palo, sarebbe importante dare una mano a lui: l’unica via è quella di un’opzione diplomatica molto spinta. Sarà un percorso più lungo, ma che darà maggiore concretezza. A livello militare non ci sono proprio le condizioni per un intervento, che ci sono invece a livello politico e su questo bisogna andare a ragionare. Nella mia visione personale, può darsi che l’espansione di Isis catalizzi il processo in corso e che gli islamisti moderati di Misurata e la parte laica possano unirsi contro il nemico comune. La nomina del generale Khalifa Haftar a ministro della difesa e capo delle forze armate da parte del governo di Tobruk smuoverà ulteriormente la situazione; l’Egitto dal canto suo non sta a guardare, dopo quello che è successo ai copti. Con una situazione delle tribù così complessa, poi… meglio non buttare altra benzina sul fuoco, con nessuna dichiarazione. È pericolosissimo”.

Come può contribuire l’Italia?
“L’Italia ha le potenzialità, ha canali aperti da una parte e dall’altra e deve sfruttarli. Il dialogo va aperto su Tobruk e su Tripoli. Il fatto in sé che la nostra ambasciata non sia stata toccata in quest’anno – ed eravamo gli unici rimasti – la dice lunga: le relazioni ci sono, i contatti ci sono, però purtroppo non abbiamo figure di strategia diplomatica da poter mettere in campo se non quella di Romano Prodi, o, in seconda battuta, di Lapo Pistelli o Massimo D’Alema. Ma direi che l’unica ciambella di salvataggio oggi per noi è un nome, ed è quello di Romano Prodi“.