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Libia, Dottori: “Intervento militare? Servono migliaia di soldati che l’Italia non ha”

Secondo Germano Dottori, docente di studi strategici della Luiss, non può esserci nessuna missione di peacekeeping. I 5.000 militari di cui parla la Pinotti per intervenire nel Paese nordafricano "sono davvero pochi". Serviranno, invece, "se ci si va davvero, molti uomini, che dovranno venire dai nostri partner, visto che noi non potremmo metterne a disposizione che poche migliaia. E saranno indispensabili anche carri armati, che da noi sono stati frettolosamente giudicati non essenziali"

Germano Dottori, docente di studi strategici presso la Luiss-Guido Carli di Roma. Dall’azione di peacekeeping all’azione militare, anzi no. Il governo ha ventilato diverse ipotesi di intervento in Libia, prima che il premier Renzi mettesse ordine, dicendo che l’Italia aspetterà l’Onu.
“Come si fa a fare un intervento di peacekeeping se la pace non c’è? Un intervento di questo tipo presuppone quantomeno un accordo tra due parti in lotta su un territorio. In Libia non ci sono due parti né, tanto meno, un accordo”.

Il ministro Pinotti ha parlato di 5.000 uomini da inviare in Libia. L’Italia li ha?
“Con le dichiarazioni insolitamente forti rese dal ministro degli Esteri Gentiloni è difficile pensare che l’Italia rimanga passiva in Libia, anche se le condizioni sono rapidamente cambiate, in seguito alla decapitazione dei 21 malcapitati che i seguaci dell’Isis hanno decapitato. Le risorse sono comunque limitate. La Pinotti ha spiegato infatti che se si sono trovati 5mila uomini per l’Afghanistan se ne troveranno altrettanti anche per la Libia, ma sono davvero pochi per ambire alla leadership di un intervento multinazionale. Inoltre,  porrà qualche problema gestire una nuova missione complessa mentre se ne conducono altre in Asia, Africa ed Europa. Rischiamo di disperdere gli sforzi e di constatare quanto corta sia la coperta”.

Si dice che il nostro governo pensasse ad una sorta di nuova Unifil II.
“Era certamente l’idea iniziale del governo. Non mi pare un paragone adeguato e credo che lo abbiano capito anche a Palazzo Chigi, dopo le decapitazioni e l’inizio dei bombardamenti egiziani. I caschi blu schierati in Libano non hanno mai dovuto vedersela con una situazione di totale violenza ed anarchia come quella libica. Erano e sono stretti tra Israele e l’Hezbollah, soggetti istituzionalmente solidi, mentre a chi andasse in Libia verrebbe richiesto di sradicare lo Stato Islamico. Ci vorranno, se ci si va davvero, molti uomini, che dovranno venire dai nostri partner nell’iniziativa, visto che noi non potremmo metterne a disposizione che poche migliaia. E saranno indispensabili anche molti mezzi pesanti, in primo luogo carri armati, sistemi che da noi sono stati frettolosamente giudicati non essenziali. Se si va in Libia, avremo quindi bisogno dell’Esercito egiziano, che però i libici non vogliono, nonché delle milizie del generale Haftar e dell’aiuto di chiunque abbia fanterie. Non potremo esser noi a ripulire le città e disarmare il grosso di quel milione di libici che dal 2011 possiede una pistola o un fucile. Non sarebbe peacekeeping, e’ bene dirselo subito e chiaramente”.

Il ministro Pinotti spiega nell’intervista che “stiamo parlando di ipotesi, non c’è alcuna decisione”. Qual è la logica delle dichiarazioni di intenti che il governo ha fatto negli ultimi giorni?
“La mia impressione iniziale e’ che il governo si stesse preparando a forzare una decisione del Parlamento. Anche la chiusura della nostra Ambasciata a Tripoli e l’inizio dell’esfiltrazione dei nostri connazionali andavano nella stessa direzione. Poi, è intervenuto un ripensamento, come spesso accade da noi, questa volta non inopportunamente, a causa di quanto accaduto tra domenica e lunedì. Che ci voglia  un voto delle Nazioni Unite, è pacifico. Lo chiederanno probabilmente i francesi. E forse sarà indispensabile anche una conferenza internazionale di generazione delle forze. E’ chiaro che Renzi ambiva ad una leadership per il nostro Paese,  anche sulla base dell’ampiezza dei nostri interessi in gioco. Ma è tutt’altro che certo ottenerla. Anzi, ora come ora pare piuttosto improbabile. Gli americani caldeggiavano una nostra candidatura. Ma dubito che egiziani e francesi siano d’accordo. Vediamo che succederà. Sul piano interno, dovrà dire la sua anche il presidente Mattarella. E non si tratterà di una formalità”.

L’Italia ha il peso specifico per promuovere un intervento internazionale?
“Lo avrebbe nel momento in cui fosse sostenuta dagli Stati Uniti d’America. Lo scorso 27 marzo, in occasione della sua visita a Roma, Barack Obama lo ha detto chiaramente: l’Italia deve essere in prima fila nel processo di pacificazione della Libia”. Ma la situazione sembra prendere un’altra piega.

Quali sarebbero le differenze con la guerra mossa a Gheddafi nel 2011?
“Quello contro Muammar Gheddafi fu un intervento contro uno Stato che adesso non esiste più : ora si tratterebbe di intervenire in un Paese dilaniato dalla guerra civile, come la Somalia degli anni novanta. In quell’occasione, poi, la Francia s’impose quasi unilateralmente come la guida dell’intervento,  con il beneplacito degli americani che scelsero in questo modo di indebolire l’Italia di Berlusconi, legata a Gheddafi da un accordo che aveva ricevuto molte critiche in ambito Nato ma che comunque era stato votato da un’ampia maggioranza parlamentare. Una lettura storica che trova conferme nelle modalità che pochi mesi dopo portarono alla caduta del governo”.

In Libia ci sono anche diverse realtà imprenditoriali italiane. La principale è l’Eni, i cui interessi andranno difesi.
“E’ uno dei nostri principali interessi concreti, insieme al controllo dei flussi migratori. Dalla Libia noi importiamo gas ed un petrolio molto prezioso in ragione delle sue qualità, difficile da rimpiazzare. Non possiamo permetterci di perdere questo tipo di approvvigionamento energetico, né tantomeno di perdere le forniture di gas che arrivano quei territori”.

In caso di intervento militare, come cambierebbe la percezione del rischio attentati in Italia?
“Credo che la percezione del rischio stia già cambiando. E’ bastato il linguaggio utilizzato dal ministro Gentiloni ad attirare le attenzioni mediatiche del Califfato su di noi. Siamo stati formalmente annoverati tra i crociati, i loro nemici. Al momento, tuttavia, a rischiare di più sono proprio i nostri connazionali in Libia. Che stanno non a caso scappando. Fuggono anche quelli che erano rimasti sul posto nel 2011, alcuni dei quali ci dicono che le bandiere nere del Califfato sventolano anche a Tripoli. Probabilmente, l’Isis sta fagocitando la Fratellanza Musulmana, dopo aver inghiottito ampie parti della galassia qaedista. Questo è lo scenario alle porte di casa nostra. Gheddafi ce lo aveva predetto”.