Speciale Quirinale

Quirinale, le preferenze delle firme del “Fatto” sul nuovo Capo dello Stato

A pochi giorni dalle votazioni sul Colle, i commentatori del nostro giornale rivelano chi vorrebbero come successore di Giorgio Napolitano, tra i nomi indicati dai lettori nelle "Quirinarie", già arrivate al secondo turno

Le “Quirinarie” del Fatto Quotidiano, il sondaggio in cui i lettori possono esprimere la loro preferenza sul prossimo presidente della Repubblica, è arrivato al secondo turno. Ogni utente potrà votare solo uno dei dieci nomi indicati. Intanto, le firme del giornale hanno rivelato il loro candidato ideale al Colle.

Antonio Padellaro
Senza Prodi dico Zagrebelsky.
 
Se Romano Prodi fosse candidabile direi Romano Prodi. Ma sappiamo tutti che non accetterà mai più di essere mandato allo sbaraglio come due anni fa. E poi direi Stefano Rodotà, anche lui nel 2013 scottato da una battaglia truccata in partenza. E allora dico: Gustavo Zagrebelsky. Chi meglio di lui: giurista di fama, già presidente della Consulta, sempre in prima linea nella difesa della Costituzione a costo perfino di scontrarsi a viso aperto con il Napolitano regnante. Zagrebelsky sarebbe un eccellente capo dello Stato: non uscirebbe dall’ambito dei suoi poteri, ma saprebbe tenere a bada lo statista di Rignano e il pregiudicato di Cesano Boscone, suo sodale. Restituirebbe al Quirinale la dignità di un’istituzione alta che arbitra i conflitti tra i poteri ma che evita di scendere in campo come parte in causa. Non sarebbe un tagliatore di nastri ma neppure un declamatore di moniti alla luna. Dico Zagrebelsky perché se candidato, il patto del Nazareno non potrebbe sopportarlo, così come sicuramente gli farebbero la guerra le varie mafie capitali e piduistiche. Se scendessero una buona volta dal pianeta Urania anche i Cinque Stelle potrebbero sostenerlo mandando sul Colle una persona di cui potrebbero fidarsi. Ma anche lui ha i suoi difetti. Troppo autorevole. Troppo competente. Troppo onesto. Non passerà mai. Per questo sarebbe bello provarci.  

Marco Travaglio
Sul Colle serve un costituzionalista.
“Torniamo allo statuto”, scrisse Sydney Sonnino, leader della destra storica e galantuomo, nel 1897 denunciando le degenerazioni e le reciproche invasioni di campo del governo e del Parlamento, indicando come medicina il ritorno allo Statuto Albertino del 1848. Oggi, dopo anni di deragliamenti e tracimazioni del Quirinale e dei governi ai danni del popolo sovrano, del Parlamento, della magistratura e della libera informazione, c’è bisogno di tornare alla Costituzione del 1948, con un presidente che ripristini la legalità costituzionale e riporti ciascun potere nel suo alveo naturale. Per questo, se fossi un grande elettore, voterei per un costituzionalista, ma non uno a caso: uno di quelli che amano e difendono la Carta così come la scrissero i padri costituenti, e non come la intendono o la vogliono riscrivere gli analfabeti di oggi. Fra i 10 candidati più votati dai nostri lettori (quelli della casta partitocratica non li considero nemmeno), scelgo dunque Stefano Rodotà o Gustavo Zagrebelsky. Perché sono certo che non avrebbero firmato molte leggi vergogna berlusconiane e centrosinistre. Perché nel 2011 ci avrebbero mandati al voto, anziché rifilarci l’inciucio Monti. Perché, se li avesse chiamati Mancino per chiedere protezione contro la Procura di Palermo, avrebbero protetto i pm di Palermo, non Mancino, al quale avrebbero staccato il telefono in faccia. Perché hanno tenuto la schiena dritta denunciando l’incostituzionalità della controriforma dell’articolo 138 (sventata anche grazie alle firme dei lettori del Fatto), dell’Italicum e del Senato dei nominati. Dovendo scegliere uno solo dei due, opto per Zagrebelsky, per ragioni anagrafiche.  

Furio Colombo
Niente ipotesi con il metodo Renzi.
Tutto da rifare. Non sono propenso a partecipare a una predizione sul possibile prossimo presidente della Repubblica perché sono profondamente contrario al metodo Renzi: far discutere d’altro il Parlamento come se il Parlamento non c’entrasse con questa votazione. E far eleggere il presidente solo dopo che due importanti leggi saranno approvate, come se il nuovo eletto non avesse niente a che fare con la materia elettorale e l’esistenza del Senato. Mi piace Imposimato in questo elenco del Fatto perché ho per lui grande amicizia e stima. E ho da sempre fiducia in un intellettuale-leader come Rodotà. Ma non farò né all’uno né all’altro il torto di piazzarli in una gara che si svolge molto al di sotto di ciò che essi hanno detto e fatto per il Paese. Mi riferisco non al legittimo dibattere e discutere e tentare di guardare dal finestrino del treno fermo da parte di tanti italiani. Sto rifiutando la strategia del treno fermo, probabilmente ideata allo scopo di fare apparire qualunque segnale di partenza, una cosa grande e una trovata straordinaria. So naturalmente che niente di straordinario può venire dal Patto del Nazareno, che è una corda al collo. Anzi una incaprettatura sia del Parlamento, sia del Paese. Come ti muovi ti strangoli da solo. Meglio stare fuori dalla trovata di Renzi.  

Daniela Ranieri
Presidenzialismo, smania italica.
Presidenzialismo no. Non sono per il presidenzialismo: credo che gli italiani voterebbero Gerry Scotti o Maria De Filippi; non credo che un presidente della Repubblica debba essere smart, carismatico o bravo a suonare, scrivere libri, fare film, dipingere, cucinare; non condivido lo spirito con cui alcuni dicono “una donna”, senza pensare a particolari donne competenti e degne di stima, piuttosto col modo con cui danno il volante al figlio di tre anni; sono scettica sulla creazione di santini anti-politica per disinfettare le malfamate istituzioni; credo si faccia un torto alle poche personalità di valore a tirarle dentro un totonomi eludibile nella sede preposta con il voto di un Gasparri; penso che le persone più rispettabili della scena politica e istituzionale italiana siano già fuori dai giochi o sarebbero comunque neutralizzate dal fuoco “amico”; credo che se gli italiani non concordano con Renzi e i suoi patti dovrebbero pensarci al momento del voto e non sperare in un moralizzatore istituzionale che non appoggi le sue riforme antidemocratiche. Il presidente lo sceglieranno o l’hanno già scelto Renzi, il plurimputato Verdini e l’ancora detenuto B., col nostro silenzio-assenso, tra i volti noti di un trentennio di trovate incostituzionali; è perciò poco più di una sterile speranza ora invocare Prodi, Bonino, un anti-renziano di sinistra o anche solo qualcuno che conosca e rispetti la Costituzione. Ciò premesso e sapendo che si tratta di pura utopia, la mia preferenza tra i nomi scelti dai lettori del Fatto va a Gustavo Zagrebelsky.  

Bruno Tinti
La persona giusta, non quella dei 1009.
Se oggi Platone dovesse riscrivere La Repubblica, e se lo facesse in Italia, sarebbe stupito nel constatare come le sue previsioni fossero esatte. Un Paese in cui regnano la libertà più sfrenata; l’impunità per i delitti dei potenti; il disprezzo per la legge e per la giustizia. Un Paese destinato alla tirannide e che, anzi, è già governato da una specie di tiranno: una classe dirigente unita da cupidigia ed egoismo, che perpetua se stessa cooptando i suoi simili. Questo Paese, oggi, potrebbe incrinare il bozzolo che lo avvolge. L’eccesso di illegalità non è ancora protetto dalla paura della violenza; e le lotte intestine per le spoglie da spartire potrebbero indebolire le fazioni. La paura di rafforzare i rivali potrebbe portarle all’errore fatale: l’elezione a presidente della Repubblica di chi dia garanzie di non allearsi all’“altro”, e dunque neanche a se stesso. Il Paese non è avaro di uomini giusti. Tra questi il prof. Gustavo Zagrebelsky. Possiede un prerequisito: non ha, non ha mai avuto, nulla a che fare con la palude della politica italiana. È solo un cittadino più sapiente degli altri. Poi è un giurista; e una nazione la si governa con le leggi. Ma è un giurista mite, come si capisce dal titolo di uno dei suoi libri, Il diritto mite (Einaudi, 1992); che significa coesistenza di valori e principi, tolleranza, rifiuto di valori assoluti che, in quanto assoluti, postulano il sacrificio degli altri. Da qui la sua concezione della legge come “legge giusta”, rispettosa innanzitutto dei diritti fondamentali dell’individuo. Infine è uomo che non rifiuta il confronto, anche aspro, che sa resistere alle pressioni e non è allettato dalle promesse. Ovviamente l’uomo sbagliato per quei 1009 che lo dovrebbero scegliere.

Peter Gomez
Niente tentazioni. Il buon senso dica Rodotà.
La tentazione è forte. E l’ultimo spettacolo offerto dal Senato con l’approvazione dell’Italicum la rende quasi irresistibile. Vedere un premier che fa e dice l’esatto contrario di quanto diceva e scriveva appena lo scorso anno (“i deputati devono essere scelti tutti direttamente, nessuno escluso, dai cittadini”) porta alla mente brutti pensieri. Opinioni che non vorresti né avere né condividere. Ecco allora che il nome nato dal web come una presa in giro diventa per molti quasi una proposta vera. All’improvviso Giancarlo Magalli, con il suo onesto curriculum di presentatore tv nazional-popolare e i suoi modi gentili, appare come uno statista rispetto a molti dei personaggi che, secondo i media, i partiti vorrebbero alla presidenza della Repubblica. E forse pure lo è. Riuscire a mantenere la calma mentre intorno a te la stanno perdendo è però un dovere per chi lavora nei giornali. E allora va detto chiaro che fare il Presidente è un mestiere complicato. Essere onesti e senza scheletri nell’armadio è indispensabile per ricoprire con credibilità un incarico tanto importante. Ma l’onestà, come la popolarità, da sola non basta. Al Quirinale ci vuole pure una persona che conosca e domini i meccanismi del Potere evitando di rimanere schiacciata dai partiti. Tra i nomi che il Fatto ha sottoposto alle votazioni online ce n’è   uno che meglio degli altri incarna queste caratteristiche. È quello di Stefano Rodotà. Rodotà ha alle spalle una lontana esperienza parlamentare, ha ben figurato nelle istituzioni, è un paladino delle libertà civili ed è un profondo conoscitore della Carta costituzionale. La carriera universitaria ha contribuito a dargli peso internazionale: è stato visiting professor a Oxford e Stanford e ha insegnato alla Sorbona. È un uomo mite, ironico, ma con principi ferrei e irrinunciabili. Le sue idee sulla democrazia sono note. Da sempre chiede più possibilità di partecipazione per i cittadini e anche per questo (particolare non indifferente) riscuote molto consenso tra gli elettori. È vero: i partiti non lo amano. Ma se, come è possibile, le elezioni per il Presidente inanelleranno una fumata nera dopo l’altra Rodotà avrà allora qualche carta da giocare. Perché la sua è una delle poche figure spendibili per tentare di riavvicinare gli italiani alla politica. C’è da sperare che qualcuno tra i cosiddetti leader, non per buon-senso, ma almeno per convenienza, voglia tenerne conto.

Massimo Fini
Pistola alla tempia, scelgo Prodi.
Poiché non credo alla democrazia rappresentativa io non dovrei nemmeno partecipare a questo gioco. Comunque penso, come molti, che il nuovo presidente della Repubblica dovrebbe essere un uomo che non si è mai compromesso con la classe dirigente, di destra o di sinistra, che ci ha governato negli ultimi trent’anni. Vai a trovarlo, in Italia. Penso che un uomo del genere possa essere cercato solo nelle arti nobili e in tempi non sospetti, prima che ne facesse cenno Renzi, avevo avanzato il nome di Riccardo Muti. Dice: ma Muti non ha nessuna esperienza di leggi, regolamenti, prassi costituzionali. Non ha alcuna importanza. Per questo esiste una burocrazia, senza la quale il presidente della Repubblica o del Senato o della Camera non sarebbe in grado di esercitare le proprie funzioni e nessun premier o ministro di formulare leggi (per questo è pagata quel che è pagata). Anche la Pivetti è riuscita a fare il presidente della Camera. Comunque questo desiderio onirico è tagliato alla radice dal fatto che Muti o altri artisti della sua caratura non accetterebbero mai di lasciare il loro mestiere per le polverose stanze del Quirinale. Bisogna quindi ripiegare sui soliti noti. Io spero che Grillo non si incaponisca a riproporre Rodotà, una vecchia sòla sempre ben incistata sia nella Prima che nella Seconda Repubblica, una specie di Giuliano Amato in tono minore. Piuttosto, pistola alla tempia, Romano Prodi, che sì è un ex boiardo di Stato, ma non è mai stato coinvolto in episodi di corruzione, conosce le Istituzioni, è uomo di cultura, ha prestigio internazionale e gode di qualche simpatia anche fra i grillini. Non piace né a Renzi, né tantomeno a Berlusconi? Una ragione in più per puntare su di lui. Zagrebelsky? Certamente un uomo senza macchia e preparato, ma il presidente della Repubblica, che rappresenta tutti gli italiani, dovrebbe essere un uomo minimamente conosciuto non un ufo che esce dal cilindro dei ‘desiderata’ della sinistra radical chic. Ma in realtà qui stiamo girando intorno al vero nocciolo della questione. In tempi normali il capo dello Stato, in quanto arbitro, deve essere una figura abbastanza incolore (com’è noto il miglior arbitro è quello che non si nota). Ma sull’Europa e quindi anche sull’Italia si stanno addensando nubi pesantissime. Ci vorrebbe come presidente o premier un uomo dalla fortissima personalità. Un Winston Churchill che quando fu eletto primo ministro agli albori della Seconda guerra mondiale, parafrasando il celebre discorso di Catilina ai soldati prima della battaglia, disse agli inglesi: “Vi prometto solo lacrime e sangue”. Purtroppo non vedo in giro nessun Churchill.
da il Fatto Quotidiano del 21 e del 22 gennaio 2015