Cronaca Nera

Rimini, gay denuncia il suo titolare: lo aveva costretto a far sesso con prostituta

“Mi urlava ricchione, frocio, poi mi ha costretto ad andare con una ragazza a pagamento per dimostrare che non sono omosessuale”: è quanto ha raccontato il 39enne aiuto-cuoco a ilfattoquotidiano.it. "Non mi pagavano da due mesi, anche per questo sono andato dai carabinieri"

“Mi urlava ricchione, frocio, poi mi ha costretto ad andare con una prostituta presa per strada”. Quando Marco (il nome è di fantasia) si è presentato alla caserma di viale Dalla Chiesa a Rimini, venerdì 9 gennaio, il maresciallo dei Carabinieri che ha raccolto la sua denuncia non poteva credere a ciò che sentiva: “Premetto di essere omosessuale dichiarato e invalido civile psichico all’80% per disturbi dell’umore e bipolarismo”. Marco, riminese di 39 anni, per poco più di un mese ha lavorato come aiuto-cuoco in un ristorante pizzeria di Riccione. La notte tra il 20 e il 21 dicembre scorsi, chiuso il locale, il titolare, un signore sulla quarantina e pregiudicato, ha iniziato a insultarlo durante la cena con tutto lo staff. “Ricchione! Omosessuale! Frocio!”.

Fin qui niente di diverso da quanto accadeva dal primo giorno di lavoro. Poi però ecco la richiesta perentoria del datore di lavoro: “Ci devi dare prova che non sei omosessuale”. I colleghi ridacchiano. Nessuno ha il coraggio di ribattere: lo chef, il pizzaiolo, il cameriere, un altro aiuto cuoco. Nessuno di loro muove un dito per difendere l’uomo. “È meglio per te se vai a prendere una prostituta”, gli intima il superiore. Il dipendente prova a opporsi, ma alla fine non può fare altro che adeguarsi: “Per paura di perdere il posto di lavoro ho accettato: sono andato con la mia macchina in una delle vie della prostituzione in città. Qui ho incontrato Marta, una ragazza bionda, rumena. Le ho chiesto di venire con me, spiegandole un po’ la questione e lei ha accettato”, racconta a ilfattoquotidiano.it il protagonista di questa storia, che è assistito dall’avvocato Piero Venturi.

Il racconto ha un epilogo squallido: “Una volta tornati nel ristorante, il titolare si è messo d’accordo con la ragazza su che cosa avrebbe dovuto fare, insomma ha preso a umiliarmi davanti a lei. Poi con lei ci siamo appartati in una stanza e la ragazza ha iniziato un rapporto orale”. Il gestore del locale intanto continuava a passare e ripassare davanti alla porta della sala dove la coppia era appartata, urlando contro il suo dipendente: “Che schifo, ricchione!”. Un’umiliazione dopo l’altra: “Il rapporto con Marta non è stato concluso perché mi sentivo a disagio, non provavo nessun piacere. Mi sentivo violentato. Allora – racconta l’aiuto cuoco – mi sono rivestito e sono tornato nella sala dove si trovavano gli altri”. A pagare la lucciola, 40 euro, è lo stesso titolare dell’esercizio. “Tutti i colleghi a quel punto si sono divertiti a chiedere alla ragazza se ero veramente ricchione. Ma lei rispondeva che ero apposto, normale. E loro dicevano: ‘Non è vero, è ricchione!’. Poi ho riportato io stesso la ragazza a casa”.

Marco ora è deciso ad andare avanti. La sua storia ha scosso la riviera romagnola. Ha ricevuto la solidarietà delle associazioni per i diritti lgbt: “Questa incredibile violenza – scrive in una nota l’Arcigay di Rimini – ricorda quelle che si praticavano nei campi di sterminio nazisti ai danni di centinaia di migliaia di omosessuali imprigionati, che venivano costretti con la forza ad avere rapporti con prostitute per ‘guarirli’”. A ilfattoquotidiano.it Marco racconta però che dopo aver denunciato, gli sono arrivati anche degli sms di minaccia: “Il titolare mi ha scritto che devo sparire da Rimini e che già che si è fatto cinque anni di galera non avrà paura di farne altri cinque”. Poi ammette: “Se non fosse che questa persona dopo un mese mi ha pagato con un assegno scoperto, che mi ha tenuto in nero per tutto il tempo, forse non avrei trovato neppure il coraggio, per denunciare quanto mi era accaduto. Sono disabile, ma non scemo: ho sopportato le angherie da parte di tutto lo staff, ma quando non mi hanno più pagato non ci ho visto più”. Poi, prima di riagganciare il telefono l’ultimo sfogo: “Un po’ di dignità ce l’ho ancora”.