Scienza

Farmaci per animali, “prezzo medio 3-4 volte superiore a quelli per l’uomo”

“Fino a qualche anno fa la forbice era addirittura più ampia. È ovvio che costringendo il veterinario a prescrivere un farmaco registrato per uso animale piuttosto della specialità umana, identica, si fa l'interesse delle aziende farmaceutiche veterinarie" dice Giorgio Neri, veterinario e consulente del farmaco per Anmvi

Curare Fido costa caro. Lo sa bene la metà delle famiglie italiane proprietarie di un animale domestico. Il prezzo dei farmaci per gli amici a quattro zampe è in media tre/quattro volte superiore di quelli per l’uomo. Anzi, può arrivare a moltiplicarsi per dieci o venti. Sebbene il principio attivo sia identico. Facciamo qualche esempio. Il furosemide, un diuretico, nome commerciale “Diuren”, nella confezione da 30 compresse da 20 milligrammi costa 7,50 euro; appena 1,72 l’analogo per uso umano, il Lasix. Per sei fiale di fitomenadione, nome commerciale “Vitamin K1 Laboratoire TVM”, indicato in caso di avvelenamento da rodenticidi (veleno per topi), si spendono 82 euro, cioè quattro volte in più del trattamento per uso umano con il “Konakion”.

È la legge infatti che impone di usare il farmaco veterinario per gli animali e solo in via eccezionale la versione umana

Una fiala da dieci millilitri di tramadolo cloridrato, il principio attivo dell’Altadol, un antidolorifico iniettabile, chi ha un pet (così chiamano gli inglesi gli animali da compagnia) la paga 9,20 euro; il farmaco per noi si chiama “Contramal”, ha metà del dosaggio, ed è in vendita a 3,30 euro. Lo stesso discorso vale per gli antibiotici. La spesa per 16 pastiglie di clindamicina cloridrato, sotto l’etichetta “Antirobe”, da somministrare al cane, è di 27, 82 euro; stessa molecola per noi, con un nome diverso, Dalacin C, a metà prezzo: 5,07 euro. Il ragionamento non cambia se il pet soffre di depressione. Una scatola da 30 pastiglie da 5 milligrammi di clomipramina, un antidepressivo con il nome  “Clomicalm”, costa 32,10 euro. Il prezzo al milligrammo dell’ “Anafranil”, l’equivalente per l’uomo, è di otto volte inferiore.

“È assurdo, si tratta della stessa molecola, ma quella per uso veterinario ha cifre da capogiro” è il commento di Giorgio Neri, veterinario e consulente del farmaco per Anmvi (associazione nazionale medici veterinari italiani). “Fino a qualche anno fa la forbice era addirittura più ampia – continua -. È ovvio che costringendo il veterinario a prescrivere un farmaco registrato per uso animale piuttosto della specialità umana, identica, si fa l’interesse delle aziende farmaceutiche veterinarie“. Un piccolo impero che ogni anno in Italia muove un fatturato di circa 600 milioni di euro. Briciole a confronto dei 26,1 miliardi spesi nel 2013 per la salute umana. Il 50 per cento del giro d’affari si concentra in quattro aziende: Merial, Zoetis Italia, Bayer (divisione veterinaria) e MSD Animal Health.

Un piccolo impero che ogni anno in Italia muove un fatturato di circa 600 milioni di euro

In apparenza nulla di strano. È la legge infatti che impone di usare il farmaco veterinario per gli animali e solo in via eccezionale la versione umana. Attraverso le regole a cascata sull’uso in deroga, introdotto con il dlgs 119 del 1992: “Se non esiste nessuna specialità veterinaria autorizzata per una determinata specie e patologia – spiega Neri -, allora il veterinario può somministrare un farmaco off label, cioè registrato per la cura di un’altra malattia ma altrettanto efficace, o indicato per una famiglia di animali diversa. Solo in un’ultima istanza può prescrivere quelli autorizzati per l’uomo, anche se contengono lo stesso principio attivo e sono molto più economici”. La stessa cosa ripete il dlgs 193 del 2006. Negli articoli 10 e 11 si precisa che l’uso in deroga è consentito, rispettivamente, negli animali da compagnia e in quelli destinati alla produzione di alimenti, ma sempre per il solo fine di evitare “stati evidenti di sofferenza”. Una condizione molto limitante (considerato anche che l’animale non parla e la nostra percezione del loro dolore è molto debole). Il motivo? Di nuovo, favorire il business del settore farmaceutico veterinario. Il consulente dell’Anmvi sottolinea un’altra contraddizione: “Per esempio, il  furetto, come i cani, può essere colpito da cimurro, ma nel suo caso non esiste un vaccino specifico. Se dovessi attenermi alle regole a cascata non potrei usare il medicinale autorizzato per il cane anche per il furetto, perché lo scopo è preventivo, non curativo”. Altro caso: “La filaria, di cui soffrono i canidi e il gatto, è documentata pure nel furetto. Ma la terapia preventiva, da fare nel periodo delle zanzare, è esclusiva per i primi”.

I farmaci generici per gli animali sono ancora un tabù. Il veterinario sulla ricetta deve per forza indicare il nome commerciale del medicinale 

I farmaci generici per gli animali sono ancora un tabù. Il veterinario sulla ricetta deve per forza indicare il nome commerciale del medicinale (non il principio attivo come è d’obbligo per i nostri medici). Un ex rappresentante veterinario del ministero della Salute ci rivela: “Noi abbiamo le mani legate, al ministero c’è un muro. Le industrie chiedono di proteggere i loro prodotti e trovano terreno fertile. Esistono dei farmaci, già registrati in veterinaria e nello specifico per il cane/gatto, che sono disponibili anche come generici, con un divario di costo significativo. Basterebbe che il ministero emanasse una disposizione secondo cui i generici già registrati per gli umani, a parità di composizione, siano di fatto considerati anche a uso veterinario. Ciò permetterebbe un risparmio di migliaia di euro. I vincoli attuali sono una follia e servono a garantire più la sopravvivenza dell’industria farmaceutica veterinaria che la tutela sanitaria degli animali”.

Tanto per renderci conto. È disponibile il generico dell’amoxicillina, tra gli antibiotici più usati per la cura antibatterica, a soli quattro euro. La versione branded veterinaria, il “Synulox”, costa dai 16,80 euro ai 19.90 (dipende dal dosaggio). L’equivalente del Fortekor (benazepril è il principio attivo), un antipertensivo, prezzo 19,90 euro, vale 4,47. Siccome lo Stato è il più grande proprietario di cani (ce ne sono 600mila rinchiusi nei canili sparsi per la penisola), converrebbe anche alle casse pubbliche dare l’ok ai generici per uso animale.

Conti salatissimi troppo spesso spingono a operare illegalmente. Va a finire che i padroni danno di nascosto i farmaci per uso umano al proprio cane o gatto (spesso sbagliando i dosaggi). Che i veterinari, rischiando multe da 1500 a nove mila euro, li prescrivano sottobanco al cliente in difficoltà economica. Oppure, e questo è all’ordine del giorno nelle farmacie di paese, dove l’offerta veterinaria è ridotta, il farmacista consegna la versione umana del medicinale in mancanza di quello specifico. Ordinarlo significherebbe aspettare anche una settimana mettendo in pericolo la salute dell’animale.

Conti salatissimi troppo spesso spingono a operare illegalmente. Va a finire che i padroni danno di nascosto i farmaci per uso umano al proprio cane o gatto (spesso sbagliando i dosaggi)

A essere sul piede di guerra è il sindacato italiano veterinari liberi professionisti, Sivelp, che chiede da tempo la liberalizzazione del farmaco veterinario a parità di molecola. E che per denunciare tutte le aporie del sistema, lo scorso settembre, ha lanciato un sito web, www.farmacoveterinario.it , insieme a Livia Di Pasquale, da anni volontaria nei canali, che ha sposato la causa. Intanto il mercato si ingrossa. Nell’ultimo mese sono usciti dei nuovi stupefacenti, 4/5 volte più costosi dei nostri. Come il “Fentadon”: 16,08 euro contro i 3,10 del “Fentanest” (il principio attivo è il fentanil, lo stesso per entrambi). E il Buprenodale (buprenorfina è il principio attivo): 25 euro, mentre il “Temgesic”, per noi, ne vale 7,21.

La Fnovi (Federazione nazionale ordini veterinari italiani) non ignora il problema. Tanto che a metà del mese ha fissato un incontro a porte chiuse con i rappresentanti della filiera, (l’Aisa, l’organizzazione delle aziende del farmaco animale, l’Ascofarve, quella dei distributori, e Federfarma, quella dei farmacisti) per capire il perché dei prezzi così elevati.