Politica

Il treno Italia rimane ancora fermo in stazione

Molti Paesi, in questo mondo difficile, hanno vari problemi. Ma solo l’Italia li ha tutti: le istituzioni, il governo, il Parlamento, i partiti, l’economia e le sue tre parti fondamentali, l’impresa, il lavoro, il consumo. E anche l’immigrazione (accogliere o respingere) i giovani (senza scuola e senza lavoro), gli anziani (le pensioni, esagerate o ridicole), la salute (l’intero Paese).

Questa sorta di miracolo negativo è avvenuto per la curiosa idea di riverniciare un treno fermo nella strana convinzione che, una volta cambiato aspetto, il treno fermo avrebbe ripreso la corsa, applaudito da tutti. Riverniciare un treno fermo è un progetto non rapidissimo, persino se si adotta l’espediente (che favorisce gli errori) di accelerare ogni gesto, come nelle vecchie comiche.

Ma il vero punto negativo è che non serve. Esempio: tutto il tempo e il costo impiegato finora per abolire il Senato non ha abolito il Senato. E quando lo avrà fatto, a parte qualche discorso molto efficace di celebrazione e auto-elogio, il treno sarà ancora fermo nello stesso punto e sullo stesso binario. Nel frattempo manca una legge elettorale che non si può fare fino a quando non sapremo se abbiamo due Camere o una Camera sola. E quando lo sapremo, vari, diversi progetti, mischiati o sovrapposti o scambiati fra gruppi (non necessariamente degli stessi partiti) continueranno a tenere fermo il convoglio. Grandi i lavori di cambiamento nel vagone lavoro, soprattutto spostamento di sedili e dei modi di salire a bordo.
Si potrebbe discutere se tutto questo serve, e a chi. Ma non è necessario. Il treno non è agganciato ad alcuna locomotiva e dunque, per quanto si modifichino le sue parti interne, ciascun vagone rimarrà immobile.

Per fare un esempio, c’è un altro vagone indicato come Pubblica amministrazione. Era già gremito di passeggeri disorientati che non sanno dove andranno. Sono passati controlli a promettere multe e trasferimenti, ma non hanno dato alcuna spiegazione sulla partenza. Per esempio, in questa parte del treno fermo, vogliono più Stato o meno Stato? Ovvero, far scendere gli impiegati e salire i privati (che però hanno i loro mezzi di trasporto e i loro prezzi per muoversi)?

Ma diamo un’occhiata al vagone Giustizia. Qui, ci hanno detto che, per poter ripartire, è necessario che i passeggeri abbiano meno vacanze e parlino solo con le sentenze (che però – è stato precisato con fermezza – non devono interferire con gli organigrammi della politica né con quello delle aziende: ovvero niente avvisi di garanzia a chi comanda). Pare che i passeggeri, qui, siano riottosi, ma non sono loro a tenere fermo il treno. Se anche all’improvviso regnasse la disciplina subordinata del silenzioso sistema giudiziario che è stato disegnato per loro, resterebbero dove sono, senza mezzi e senza organico.

Grande discussione, nel vagone Scuola, sulla opportunità di avere il computer e l’inglese subito o aspettare che passi qualche anno di maturazione. Ma nessuno ha caricato a bordo bagagli e personale adatto. Se il treno si muovesse adesso si dovrebbe fare a meno di computer e di inglese.

Sul vagone Previdenza dove, per risparmiare, si tengono spente le luci, siedono in ansia persone che, di volta in volta, vengono accusate di ricevere troppo (senza badare al lavoro svolto, alle tasse pagate, ai contributi versati in proporzione) o troppo poco (e in questo caso devono provvedere i vicini di sedile) e di essere comunque un peso eccessivo perché sono troppi, dato il prolungamento della vita. Nessuno ha notato che questi anziani dalla vita prolungata passano continuamente sostegno al vagone dei giovani, tenendoli in vita, a scuola, e con un filo di speranza in tempi migliori.

Ma perché il treno resta fermo? La risposta è che nessuno è in grado di rispondere alla domanda: se si muove, dove va? Il fatto è che in questa Italia, dopo vent’anni di vita spericolata e fuorilegge dei governi Berlusconi, qualcuno ha improvvisamente deciso che si doveva stare insieme e decidere tutto insieme, dapprima nel modo strano e imprevedibile detto “larghe intese”, che ha liquidato in un istante tutto il lavoro di opposizione (per quanto mite e indeciso) di venti anni di centrosinistra.

Poi con un impasto ancora più difficile da spiegare, in cui il partito di Berlusconi si dichiara all’opposizione, Berlusconi resta partner stretto di governo, è rigorosamente coinvolto nelle decisioni di ogni atto e iniziativa che ha a che fare con il passato (la cosiddetta “riforma della Giustizia”) e che ha a che fare con il futuro (vedi la ricerca di una nuova legge elettorale). Ma non basta. Una scheggia di destra è dentro e accanto al governo, inteso come gabinetto, e detiene il ministero dell’Interno, un potente freno a mano.

Perciò il treno, anche volendo, non può partire. Poiché bisogna tenere tutti indaffarati, dentro il governo che sosta sul marciapiede, la parola chiave è riforma. Fare le riforme. Non importa che cosa, non importa come, basta mostrare frenetici lavori in corso. Molti non partecipano, perché vedono fervere lavori che non li riguardano. Perché non hanno alcun lavoro, o lo hanno perduto. Perché vedono il treno fermo, e sanno che niente sta per accadere. Perché si aspettano che nelle locomotiva salirà un eterogeneo personale di viaggio che non può stare insieme e non può separarsi. Tutto comincia qui. E hai un bel chiacchierare, se il treno di governo è sempre fermo in stazione.

Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2014