Politica

Mafia Capitale, la parentopoli. Buzzi e l’orologio di Bulgari: “Non è corruzione”

La sorella di Carminati nello staff di Quagliariello, quela del ras delle coop al Mibac. E quando c'è da piazzare la nipote, partono le telefonate al commissario esaminatore. I protagonisti dello scandalo romano erano riusciti a mettere i propri familiari in ruoli pubblici o in associazioni legate alla politica locale

Un’ottima segretaria, molto professionale, una persona gradevole. L’abbiamo assunta attraverso un’agenzia interinale e per me era semplicemente Micaela. La chiamavo per nome. Il cognome neanche lo conoscevo. Poi abbiamo dovuto ridurre l’organico in segreteria e non le abbiamo più rinnovato il contratto”. Il senatore di Ncd Gaetano Quagliariello, coordinatore nazionale del partito guidato da Angelino Alfano, incontrava spesso la sorella di Massimo Carminati, Micaela, che fu assunta dalla “sua” fondazione – la Magna Carta, fondata con Marcello Pera – nel 2008. “All’epoca non ero il presidente della Fondazione e ignoravo che fosse la sorella di Massimo Carminati”, continua il senatore, “ma le confermo che ha lavorato per noi”.

Micaela Carminati ha 53 anni, non è indagata nell’inchiesta sulla “Mafia Capitale”, ma viene spesso intercettata quando presta il suo telefono al fratello. E nel maggio 2014 si scopre che cerca lavoro: “So’ tanti anni che sto lì, a una fondazione Magna Carta, quella di Quagliariello… ma a fine maggio finisco…”, dice Micaela all’imprenditore Giuseppe Ietto, arrestato e considerato “colluso” con la presunta associazione criminale. È il fratello Massimo che spinge per l’assunzione di Micaela nella società di Ietto: “…venti volte che vengo per ‘sto cazzo de lavoro…”, gli dice, prima di passargli la sorella al telefono e fissare l’appuntamento. La moglie di Ietto non è molto contenta: “Ma mi vuoi dire chi è questa? Chi te l’ha fatta prendere? Per le pubbliche relazioni? Perché hai soldi da spendere così?”. “Ha un grosso curriculum”, risponde, “tra le mille cose che fa… hai visto Quagliariello che ce sta, hai capito…”.

Anche Salvatore Buzzi, il patron della cooperativa 29 Giugno arrestato come Carminati per associazione mafiosa, ha una sorella. Si chiama Anna Maria Buzzi, ha 57 anni, e anch’ella lavora a stretto contatto con la politica che conta: lavora al ministero dei Beni culturali. Dal 2012 è a capo della Direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale.

C’è però da sistemare sua figlia, Irene, e Buzzi si impegna per spingere sua nipote nell’amministrazione comunale di Roma. Zio e nipote parlano spesso dell’argomento al telefono. E le loro conversazioni, incluse quelle con Mauro Turchetti, padre di Irene e cognato di Buzzi, vengono intercettate dal Ros dei carabineri. In ballo c’è un concorso per 300 posti da istruttore amministrativo. E c’è una prova da affrontare. Il cognato chiama Buzzi per ricordargli di muovere gli ingranaggi giusti: “C’aveva quella visita da quel dottore… Il sette me pare…”. Tra i membri della commissione esaminatrice c’è Angelo Scozzafava, anch’egli oggi indagato, e così alla vigilia dell’esame orale, il 6 novembre 2013, Irene invia un sms allo zio: “Zioooo, ti ricordi di domani? Che ansia!!!”. Lo zio contatta Scozzafava: “Ti ricordi di domani? Grazie”. E Scozzafava lo tranquillizza: “Certo”. “Tutto avvisato, vai a dormire tranquilla”, scrive lo zio alla nipote. L’esito sembra positivo: Irene comunica a suo zio di aver il punteggio di 9,8 su 10. E c’è da ringraziare Scozzafava. Si orientano verso un orologio di Bulgari. “Anna Maria – dice Buzzi intercettato – ieri m’ha detto che non glie vo’ da’ i soldi gli vo’ fa’ un regalo… i soldi sembra corruzione invece un orologio de Bulgari noo… ho detto ‘vabbè contenta te’…”. Anna MariaBuzzi – che non è indagata e non viene mai intercettata – nega sia l’assunzione della figlia sia d’aver avuto alcun ruolo in questa vicenda.

Al ministero dei Beni culturali non c’è soltanto la sorella di Buzzi ma – riferisce Il Giornale – anche un altro uomo imparentato con i protagonisti di Mafia Criminale: parliamo di Mario Guarany, dirigente del ministero e cugino di Carlo Maria Guarany, collaboratore di Buzzi nella cooperativa 29 Giugno, anch’egli arrestato nei giorni scorsi. E sempre nel Mibac, persino Giovanna Melandri – ex ministro della Cultura oggi presidente del Maxxi, il Museo delle arti del XXI secolo – risulta imparentata con un uomo chiave della presunta “banda Carminati”, Luca Odevaine, sposato con la cognata dell’ex ministro. Il commercialista che s’occupava di trasferire all’estero i soldi Buzzi e Carminati, invece, risulta tra i soci fondatori della Human Foundation, creata da Melandri, che annuncia querele per diffamazione mentre il M5S – sui casi Buzzi, Odevaine e Melandri – chiede chiarimenti al ministro dei Beni culturali in carica, Dario Franceschini: “Ha il dovere di dare al più presto una risposta netta e puntuale, la prossima settimana porteremo questa vicenda in Parlamento: eventuali risposte elusive o generiche saranno rispedite al mittente. Servono chiarezza e pulizia, subito”.

L’elenco dei parenti sistemati non è ancora finito. Riccardo Mancini, anche lui arrestato per Mafia capitale, è stato a lungo amministratore delegato di Eur Spa dove, nel 2009, e tra le assunzioni della sua gestione si ricordano anche Roberta Lubich, ex moglie di Pier Ferdinando Casini, e Dario Panzironi, figlio di Franco. Parliamo dell’uomo che l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, aveva messo a capo dell’Ama. Il primo arrestato, il secondo libero, entrambi sono indagati per associazione mafiosa.

di Loredana Di Cesare e Antonio Massari

da Il Fatto Quotidiano del 14 dicembre 2014