Cronaca

Sicilia, “da demolire villa imprenditore antiracket”. Ma giudice non ha deciso

A Gianluca Calì, che è stato più volte destinatario di ambigue minacce, è arrivata un'ordinanza di demolizione da parte del Comune di Casteldaccia. "Volevo farne una struttura ricettiva, creare lavoro e sviluppo nella mia terra, ma non sarà possibile"

Alla fine Gianluca Calì, l’imprenditore antiracket che è stato più volte destinatario di ambigue minacce, dovrà demolire la villa che era stata dei boss di Cosa nostra. Dal comune di Casteldaccia (Palermo), infatti, gli è arrivata un’ordinanza di demolizione: dovrà distruggere la villa entro il gennaio del 2015 e quindi prima della fine del procedimento che lo vede accusato di abuso edilizio.

“In pratica – dice – potrei essere assolto, ma a quel punto la villa non esisterebbe più perché sono costretto a distruggerla: in alternativa diventa di proprietà del comune. Mi chiedo quante siano le ordinanze di demolizione così tempestive in Sicilia”. A curare i lavori di ristrutturazione della villa che fu di Greco era stato il fratello dell’imprenditore palermitano, l’ingegner Alessandro Calì, che da presidente dell’ordine radiò dall’albo Michele Aiello, il ricchissimo prestanome di Bernardo Provenzano. È lo stesso periodo in cui inizia la via crucis di Calì, imprenditore siciliano ma residente a Milano, che nel 2009 decide di aprire una succursale della sua autoconcessionaria a Casteldaccia, la cittadina in provincia di Palermo. Sempre nello stesso periodo Calì decide di acquistare all’asta una villa, che apparteneva ai boss mafiosi Michelangelo Aiello e Michele Greco, il Papa di Cosa Nostra, poi finita nelle disponibilità di un istituto di credito perché ipotecata, e mai confiscata. Da quel momento cominciano i problemi: prima si presentano dall’imprenditore presunti “parenti” dei “precedenti proprietari” dell’immobile, chiedendogli di non presentare offerte all’asta. “Gli dissi di ripetere le loro parole davanti ad un giudice: poi mi aggiudicai la villa”.

Nell’aprile 2011, poi, alcune automobili della concessionaria di Calì vengono date alle fiamme, e a luglio, invece, all’imprenditore arriva una richiesta estorsiva da parte di un boss con una storia enigmatica. “Si presentò uno, dicendo di chiamarsi Flamia, di avere bisogno di aiuto per mantenere alcuni parenti detenuti: venne di nuovo ad ottobre ma mi rifiutai sempre di pagare”. Sergio Flamia, boss di Bagheria, oggi collaboratore di giustizia, è stato per anni un confidente a libro paga dei servizi segreti: agli 007 avrebbe chiesto il permesso di affiliarsi formalmente a Cosa nostra, il via libera per collaborare con la magistratura, mentre l’intelligence gli avrebbe dato ben 160 mila euro in contanti in cambio di alcune informazioni. Dell’estorsione di Flamia a Calì si è parlato recentemente anche in commissione parlamentare antimafia: mercoledì infatti sono stati ascoltati da Palazzo San Macuto i pm di Palermo Leonardo Agueci, Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Francesca Mazzocco.

I verbali con le trascrizioni della seduta sono stati secretati. Dopo la pubblicazione sul fattoquotidiano.it di un articolo che racconta la sua storia, a Calì iniziano ad arrivare strane minacce. “Mi chiamano nel cuore della notte urlandomi di stare zitto, di non parlare, che me l’avrebbero fatta pagare e che i carabinieri non potevano fare nulla”. Poi, dopo il pentimento di Flamia, si sale di livello. “Il 6 febbraio del 2014, e cioè quando viene diffusa la notizia della collaborazione di Flamia con la magistratura, e il suo vecchio rapporto coi servizi, due uomini entrano nella mia concessionaria milanese. Ma non erano interessati alle autovetture, non chiedono nessuna informazione, ma con fare circospetto mi fissano insistentemente. Appena vanno via mi segno il numero di targa della loro automobile: lo controllo alla motorizzazione ma quella targa non risulta iscritta nei registri”.

Calì avverte dunque gli uomini della squadra mobile di Milano, e la vigilanza davanti la sua abitazione viene intensificata. Nel frattempo gli piomba addosso l’ordinanza di demolizione della villa che fu del Papa di Cosa nostra. “Volevo farne una struttura ricettiva, creare lavoro e sviluppo nella mia terra, ma non sarà possibile: o la distruggo o diventa di proprietà del comune”. La struttura era stata sequestrata nel febbraio del 2013 da due ispettori della Forestale, che nel verbale di sequestro scrivono : “Stato grezzo e in corso d’opera”. “Ma io non stavo costruendo niente di nuovo o in maniera abusiva: quella villa esiste dal 1965 e la stavo solo ristrutturando”. A firmare il verbale di sequestro sono due ispettori della forestale, Luigi Matranga e Giovanni Coffaro. che a fine marzo 2013 finiscono coinvolti in un’inchiesta della procura di Palermo. Per gli inquirenti alcuni dipendenti della Forestale di Bagheria estorcevano denaro agli abitanti della zona per non sequestrare immobili. “A me invece nessuna estorsione, ma un sequestro, prima annullato e poi subito riottenuto, mentre adesso l’ufficio tecnico del comune di Casteldaccia vuole che demolisco la villa prima di qualsiasi sentenza” dice Calì, che aspetta ancora di accedere ai fondo di solidarietà per le vittime di richieste estorsive. “È un mio diritto, ma non mi hanno mai risposto. Nel frattempo la mia azienda ha perso 20 dipendenti su 24: e non è solo la crisi economica. Perché dietro la crisi c’è la mafia”.