Scienza

Medicina ‘umana’ a tempo determinato: la storia di Ketti

Le emozioni. Che fanno tremare la voce. E la scienza. Che la rende inflessibile. E chi ha detto che non possono diventare la stessa cosa? Basta parlare con Ketti, ricercatrice allo Ieo, l’Istituto europeo di oncologia, sedersi in ascolto della sua vita e dei suoi progetti e ci si convince che è possibilissimo. Conquistati da quella che, tra parole e gesti e sguardi, si rivela alla fine come l’anima appassionata di un progetto di ricerca, di un’idea di professione. “Ketti: si scrive proprio così, mio padre mi spiegava che quando aveva dato il mio nome all’anagrafe lo avevano scritto in questo modo. Era l’epoca dei Pooh, di ‘ Piccola Katy’”. Il padre, Fiore. Torna spesso la sua figura nel racconto commosso di questa scienziata “a tempo determinato”. Dipendente della Montedison di Porto Marghera e come altri suoi colleghi colpito da tumore. Al duodeno. “Non abbiamo mai voluto indagare se all’origine ci fosse quello stabilimento, anche perché poi lui cambiò e andò alle Fs. L’ho seguito nella sua malattia. E lì ho imparato da figlia il rapporto crudo e brutale che un medico può stabilire con un paziente e con la sua famiglia. Ci fu l’operazione. Chiesi al chirurgo come andasse. Lui mi rispose così: ‘L’operazione è finita. Lei preghi e incroci le dita’. Non bastarono le preghiere”.

 

Da allora Ketti ha intensificato la lotta contro la medicina disumanizzata iniziata anni prima mettendo al servizio di questa causa le sue competenze. Laureata in psicologia a Padova, un assegno di ricerca a Trento, il dottorato a Padova, l’Oregon, la Bocconi (psicologia e consumi) e l’Humanitas a Milano, e finalmente lo Ieo, vincitrice di una borsa in medical decision making. “Quel che volevo fare”. I malati di tumori nell’istituto fondato da Umberto Veronesi; con il gruppo di ricerca diretto dalla professoressa Gabriella Pravettoni, dipartimento di Scienza della salute della Statale. Dove il suo ideale ha trovato modo di realizzarsi. Psicologia e medicina. Gettare all’aria il rapporto di superiorità tra medico e paziente. Portare il medico, l’infermiere, a vedere il paziente come persona titolare di diritti, e a non vivere la sua famiglia come una fastidiosa rompiscatole. “Bisogna capire che devono incontrarsi, chiamiamole così, due strategie. Quella del medico e quella del paziente. Vanno tutte e due nella stessa direzione, il benessere del paziente. Ma sono diverse. E sono fatte di aspettative e di comportamenti, a loro volta fondati sulla comprensione esatta della situazione. Il tema vero è la relazione. Il guaio è che il medico molte volte è convinto di non avere bisogno di un quadro psicologico del paziente, e l’infermiere gli va dietro. ‘Le vostre psicocazzate’ ci dicono. Poi arriva la paziente psichiatrica che crea problemi e allora commentano ‘ ah, ecco mi sembrava strana’. Ma se non se ne accorgono nei casi più evidenti, che cosa capiranno mai quando i segni non sono clamorosi?” Ecco, di questo si sta occupando Ketti come una missionaria, in una ricerca finanziata dall’Unione europea. Con un obiettivo preciso: “È un progetto di medicina personalizzata. Significa fornire all’oncologo su una piattaforma elettronica un profilo del paziente, il quale viene invitato a compilare un questionario prima di iniziare ogni rapporto di cura. In modo che ne emergano le ansie, le pressioni, il dolore attuali. E che si possano fare delle raccomandazioni al medico per migliorare la forma della comunicazione e poi quello della comprensione.

Ora la ricerca sta giungendo alla sua ultima fase, quella della misurazione dell’efficacia del metodo. Certo, ci sarà qualcuno che continuerà a non dare importanza al tema, ma sarà importante vedere i risultati di questo cammino con i medici che l’hanno ritenuto utile”. Ketti non è una ragazzina. Eppure fa occhi di sogno quando parla del convegno che si terrà domani pomeriggio nell’aula magna dell’Università statale di Milano (“Uniti per i pazienti”) per presentare questa idea, relatori Umberto Veronesi, Massimo Cacciari e Gabriella Pravettoni (con coda eloquente di Aldo, Giovanni e Giacomo). “Che pubblico mi aspetto? Ne vorrei tanto, soprattutto di non addetti ai lavori. Le associazioni dei pazienti hanno dimostrato grande interesse. Ma vorrei che questa nuova cultura entrasse nella testa di tutti”. Non sarà tra i relatori, Ketti, anche se ha sgobbato per organizzare il convegno. Sogna solo che nessuno possa più dire a chi ha il cuore in sussulto “lei preghi e incroci le dita”. Che il paziente non debba più vergognarsi di dire “non ho capito, me lo rispieghi” e che un pezzo di potere possa trasferirsi un giorno a chi non sa nemmeno un termine medico. “Non li conosceva mio padre che avrebbe voluto studiare da medico e non poté per mancanza di soldi. Non li conosce mia madre Teresa che aveva una lavanderia. E invece la scienza deve servire ad arrivare a loro. In fondo è il traguardo della mia vita. Per questo occorre la cooperazione tra le discipline che hanno a che fare con la salute.” Orgoglio di scienziata a tempo determinato. Dalla voce ferma, dalla voce che si rompe.

il Fatto Quotidiano, 23 Novembre 2014