Mafie

Trattativa Stato-Mafia: gli imbarazzi di re Giorgio Napolitano

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Per la prima volta nella storia della Repubblica, un Presidente sarà chiamato sul banco dei testimoni a deporre su quella che passerà alla storia come la Trattativa Stato-Mafia. Napolitano  si è servito di tutti i mezzi che aveva a disposizione per sottrarsi a questo confronto: dal conflitto di attribuzione sollevato davanti alla Corte Costituzionale alle lettere inviate a Palermo, dalle alzate di scudi da parte della stampa di regime in suo favore al negato permesso agli imputati di poter assistere alla sua audizione. Ma alla fine ha dovuto cedere. Diciamolo pure: è, questa, una piccola vittoria per le nostre istituzioni e una sconfitta per re Giorgio, il quale si troverà di fronte alle domande non solo dei magistrati, ma persino dell’avvocato di Riina. Se non al boss in persona, Napolitano dovrà rispondere almeno al suo difensore, a proposito dell’allarme lanciato dal Sismi sul pericolo che contro di lui e Giovanni Spadolini venisse compiuto un attentato, nell’agosto del 1993.

È una partita difficile, che può segnare l’ inizio del tramonto di re Giorgio. Se si sottrarrà alle domande, se si riparerà dietro una non disponibilità a testimoniare, con il suo silenzio rischierà di apparire reticente; se, invece, parlerà, sarà costretto a far filtrare alcune verità.

Ci sono fatti ed episodi inquietanti che andranno chiariti, circostanze e dubbi imbarazzanti di cui si deve ancora accertare la verità. La strano ruolo di Loris D’Ambrosio, ad esempio, il consigliere giuridico del Re, autore di una lettera in cui si faceva riferimento al suo coinvolgimento nella Trattativa, l’uomo che sapeva tutto morto improvvisamente, senza che sia mai stata disposta alcuna autopsia. Cosa dirà, o non dirà, Napolitano? Cosa farà?

In questi ultimi mesi, il suo ritiro sembrava ormai definito ed imminente: a gennaio avrebbe dovuto lasciare il Colle, dopo aver portato a compimento il suo obiettivo politico, che è stato quello di bloccare, dopo le elezioni politiche del 2013, il processo democratico del Paese, forzando e costringendo i partiti alle «larghe intese» ed all’asse Pd – Forza Italia. Ma non sarà così: Re Giorgio ha deciso di restare, almeno finché le cose non si saranno stabilizzate definitivamente, con l’approvazione della nuova legge elettorale e, soprattutto, con il perfezionamento dell’intesa con Bruxelles (pare che sia stato Draghi a convincerlo che il suo ruolo resta “fondamentale” per garantire il placet da parte dei mercati finanziari e della Germania alle politiche contro i lavoratori di Renzi).

Insomma: c’è ancora bisogno di Napolitano, in mancanza di un suo successore – sul quale non si è ancora trovato il nome, essendo non condivisi i due nomi da lui proposti a Renzi e Berlusconi  – , ad assicurare la “tenuta” del patto del Nazareno. Così il Re resterà. Ma ora, dal suo trono, dovrà perlomeno rispondere a quei giudici che non hanno ceduto, che  nonostante tutte le pressioni non hanno chinato la testa, e che, con le loro domande, forse non riusciranno a farlo cadere, ma, quantomeno, potranno rovinare il lieto fine di questa storia.