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Morto Bradlee, direttore del Washington Post che affondò Nixon con il Watergate

Aveva 93 anni e diresse il giornale per 26 anni trasformandolo da un modesto quotidiano cittadino a un riferimento per gli Stati Uniti. Oltre allo scandalo che coinvolse la Casa Bianca che portò alle dimissioni del capo della Casa Bianca nel 1974 e valse il Pulitzer alla redazione, pubblicò i cosiddetti "Pentagon papers", i documenti top-secret sulla guerra in Vietnam

E’ morto Ben Bradlee, il direttore del Washington Post all’epoca dello scandalo Watergate. Aveva 93 anni e da tempo soffriva di Alzheimer e demenza senile. Nel ruolo di caporedattore prima e direttore poi, Bradlee fu l’uomo che trasformò il Post da un modesto giornale cittadino a un grande quotidiano nazionale. Grazie a lui entrarono nella redazione molti giornalisti di talento, che segnarono nuovi standard giornalistici ed editoriali e diedero grande rispetto al giornale. La notizia della morte è stata data dallo stesso quotidiano sul suo sito. All’epoca dello scandalo Watergate che coinvolse la Casa Bianca nel 1972, Bradlee spinse i giovani cronisti Bob Woodward e Carl Bernstein a seguire la storia e ad indagare a fondo perché venisse a galla la verità. Il presidente Obama, che lo scorso anno gli consegnò la medaglia della libertà, lo ha elogiato per aver aiutato gli americani a capire il mondo in cui vivono attraverso il suo giornalismo. “Lo standard che ha fissato – per onestà, obiettività e il racconto meticoloso – ha incoraggiato molti altri a intraprendere la professione”, ha detto Obama.

Woodward e Bernstein, i due cronisti che grazie alla loro inchiesta sul Watergate provocarono le dimissioni del presidente Nixon nel 1974, hanno scritto sul Post che è morto “un vero amico e genio”. Bradlee diresse il giornale dal 1965 per 26 anni, e quella sul Watergate è la storia più avvincente mai pubblicata da uno dei direttori più carismatici del giornale e fece guadagnare al giornale il premio Pulitzer. Ma la decisione più importante presa da Bradlee, insieme all’editore di allora Katharine Graham, fu quella di pubblicare nel 1971 alcuni articoli basati sui cosiddetti “Pentagon papers”, ovvero le 7mila pagine di documenti top-secret sulla guerra in Vietnam. L’amministrazione Nixon si rivolse al tribunale per cercare di bloccarne la pubblicazione, ma la Corte Suprema accolse la richiesta del Washington Post e del New York Times di pubblicare la vicenda.

Con Bradlee in redazione le vendite del Wp raddoppiarono così come la redazione. Bradlee, infatti, allargò la rete di corrispondenti intorno al mondo, aprì diversi uffici nella regione di Washington e in altri Stati, e creò altre sezioni nel giornale, come Style, uno dei progetti di cui fu più orgoglioso e che poi fu copiato da altre testate. Una carriera che ha incontrato anche delle difficoltà, come quando Janet Cooke, un suo giovane reporter, scrisse una storia che riguardava un tossicodipendente di 8 anni. La cronista vinse il premio Pulitzer nel 1981, ma furono in molti a dubitare della autenticità e alla fine Cooke confessò di averla inventata. 

“La credibilità di un giornale è il suo bene più prezioso e dipende molto spesso dall’integrità dei suoi giornalisti. Quando questa viene meno, le ferite sono gravi e non c’è altro da fare che dire la verità ai lettori, chiedere scusa al comitato del premio Pulitzer e iniziare immediatamente a risalire la china per guadagnare quella credibilità”, disse all’epoca Bradlee. In seguito, Janet Cooke restituì il premio e si licenziò dal Post.