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Isis, Jean: “Sì a intervento di terra: i raid non bastano, rischio guerra logoramento”

Carlo Jean, generale di corpo d'armata, docente e presidente del Centro Studi di Geopolitica Economica: "Un'azione di terra è essenziale. Con i bombardamenti, i miliziani si rifugiano nelle città, fra la popolazione, dove diventa impossibile colpirli dal cielo. Più fondamentalisti vengono uccisi, altrettanti vanno ad arruolarsi perché il califfato suscita l'interesse e l'emozione degli islamici"

Carlo Jean, generale di corpo d’armata, docente e presidente del Centro Studi di Geopolitica Economica. E’ necessario un intervento di terra in Iraq e Siria?

“Un intervento di terra è essenziale. Con i bombardamenti, Isis si rifugia nelle città, fra la popolazione, dove diventa impossibile colpirli dal cielo. Senza truppe di terra, non possono essere sconfitti. Se gli obiettivi di Obama sono quelli di prima degradare e poi distruggere l’Isis, ci vogliono forze di terra. Per ora Obama ha scommesso sull’utilizzo di forze locali, che però sono piuttosto allo sbando, anche se a Kobane i curdi del Kurdistan siriano hanno finora combattuto bene. Senza intervento di terra, si avrà una situazione di stallo e l’intervento americano si tradurrà in una guerra di logoramento. Ma, a parer mio, più miliziani dell’Isis vengono uccisi, altrettanti se non più vanno ad arruolarsi, perché il califfato ideologicamente suscita molto l’interesse e l’emozione degli islamici”.

L’impressione è che Isis abbia vita più facile in Iraq che a Kobane. Cosa vuol dire? Che i curdi combattono e l’esercito iracheno no?

“In Iraq l’esercito iracheno ha avuto un pesante sbandamento a Mosul, in cui 7 delle 14 brigate che lo compongono sono scappate, lasciando i loro armamenti anche pesanti a Isis. Le milizie sciite alleate della Quds Force iraniana (unità speciale delle Guardie della Rivoluzione responsabile per le operazioni extraterritoriali, ndr) hanno notevole capacità di combattimento, ma si teme che poi faranno rappresaglie contro i sunniti. La strategia adottata finora dagli USA, di appoggiare in loco i sunniti in funzione anti ISIS, diventa così difficile da realizzare”.

La Turchia non interviene nonostante abbia gli jihadisti quasi dentro casa. Quanto potrà durare questa situazione?

“La Turchia deve ancora decidere quale sarà il suo ruolo in Medio Oriente. Anzitutto, ha paura di rafforzare i curdi, che sono il 20% della popolazione, e continua a temere la creazione di uno stato curdo. Inoltre, l’Akp, il partito di Erdogan, ha spiccate tendenze neo-ottomane e mira ad estendere la sua influenza a tutto il Medio Oriente, in Iraq, nel Kurdistan iracheno e in Siria. Ankara, poi, è in rotta di collisione con l’Iran, anche perché quelle di cui parliamo sono state storicamente regioni contese tra impero ottomano e impero persiano. Per questo, a differenza degli Stati Uniti, la Turchia vorrebbe che fosse abbattuto anche Assad, per riprendere influenza sulla zona, in particolare il Vilayet, che è una provincia nei pressi di Mosul, che comprende anche Erbil e Kirkuk. La Turchia vede anche con notevole interesse la possibilità di sfruttare i giacimenti di petrolio nel nord dell’Iraq”.

Negli Usa i militari premono per l’intervento di terra, l’amministrazione Obama ha detto non ci sarà. Dopo le elezioni di mid term potrebbe cambiare strategia?

“Se non interviene la Turchia, gli Usa devono necessariamente continuare l’intervento impiegando solo l’arma aerea. Non credo che Obama sia disposto a modificare la sua opinione ed accettare quella dei suoi generali. Gli Stati Uniti non vogliono un’operazione di terra, anche perché è stato calcolato che servirebbero almeno 25 mila uomini. Ma così, si è condannati a una guerra di logoramento, che produrrà parecchi danni, parecchie vittime, parecchi rifugiati. Piuttosto, non è escluso che Obama mandi le sue truppe e nel contempo acceleri le trattative sul nucleare con l’Iran, per ottenere il suo appoggio in Siria e le dimissioni di Assad, da sostituire magari con una persona di fiducia dell’Iran. Tale ipotesi a mio avviso è meno probabile: l’Iran è molto restio e anche negli Usa ci sono parecchie resistenze, perché tale mossa porterebbe a rompere la coalizione attuale, i sunniti si dissocerebbero subito. Ma se la situazione peggiorasse, o se Baghdad venisse realmente minacciata, diventerebbe quasi inevitabile un intervento delle forze USA per mantenere le frontiere ed evitare il rischio di frammentazione dell’Iraq nelle sue componenti etnico-religiose”.

Quanto dureranno i raid Usa?

“Dipende dagli arabi sunniti, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia, dalle posizioni che prenderanno. Sia in Siria che in Iraq, non vale la regola generale nel mondo che “il nemico del mio nemico è mio amico”: qui capita che il nemico dei miei nemici sia anche nemico mio, un paradosso che rischia di far precipitare la regione in un caos simile a quello libico, dove le milizie di combattono fra di loro, come già dimostrano gli scontri continui tra Al Nusra e Isis in Siria. Tra parentesi, una cosa interessante è che Israele non reagisce, anche se Al Nusra e Isis sono sulle colline del Golan, al confine. Ma, molto verosimilmente, visto che sia Al Nursa e Isis combattono anche contro Hezbollah (che appoggiano Assad), Israele guarda la situazione con un occhio abbastanza freddo, perché il lavoro sporco di indebolire Hezbollah, la forza più pericolosa per Tel Aviv, è un vantaggio per Israele e tutto sommato l’esistenza di queste forze estremiste impedisce la costituzione di un regime sunnita in Siria e dà una legittimazione ad Assad”.