Società

‘La maggioranza invisibile’, gli italiani che potrebbero cambiare davvero le cose

Sono quattro mesi che non scrivo su questo blog. Il più lungo periodo di pausa da quando ho cominciato ad annotare le mie riflessioni in questo spazio virtuale. Tuttavia, non si è trattata di una pausa dalla riflessione politica o dalla scrittura, ma piuttosto il volgere la mia attenzione al completamento di un nuovo lavoro. Un libro che oggi finalmente vede la luce, dopo un lungo percorso di gestazione e riflessione intrapreso con l’amico e collega Alessandro Arrigoni. Un lavoro che spero sia punto di partenza per un dibattito serrato su questo blog, sui media e in giro per l’Italia e l’Europa. Proprio come lo è stato Chi troppo, chi niente.

Quando si parla della crisi, molti disquisiscono sui programmi da attuare, mentre pochi, invece, s’interrogano su quale forza sociale dovrebbe spezzare le catene che ci ancorano a un sistema iniquo e inefficiente. Questo il punto di partenza de la maggioranza invisibile, questa la spinosa questione che dobbiamo affrontare se il nostro obiettivo è quello di rinnovare l’idea progressista e la Politica più in generale. 

La ‘grande trasformazione’ e la particolarità del nostro sistema politico hanno contribuito nel tempo all’emergere di un gruppo sociale maggioritario: una maggioranza invisibile perché ignorata dalla politica, una maggioranza silenziosa perché incapace di riconoscersi nella sua condizione comune di svantaggio. Una maggioranza costituita da 25 milioni di persone e oltre 20 milioni di potenziali votanti (se teniamo conto che alle politiche del 2013 hanno votato ‘solamente’ 34 milioni di persone) che include: i disoccupati, i lavoratori precari, i Neet (not in education, employment, or training), i migranti (i migranti non vengono inclusi nel computo dei votanti per ovvie ragioni ma solo in quello complessivo) e i pensionati meno abbienti

La maggioranza invisibile è un racconto collettivo che mette insieme i pezzi di un puzzle. Un puzzle costituito da quattro ‘fenomeni’ (denominati nel libro ‘grande trasformazione’ con riferimento a Karl Polanyi) che hanno largamente contribuito alla crisi attuale e all’emergere di questa forza nel campo sociale:
(1) il trionfo del neoliberismo e dell’individualismo;
(2) un processo Europeo d’integrazione monetaria che ha ignorato la dimensione sociale e politica;
(3) l’inefficienza del vecchio welfare che continua a dare in eccesso a pochi fortunati, ma non protegge la maggioranza invisibile dai nuovi rischi sociali;
(4) la cecità delle ‘forze di sinistra’ che nelle ultime due decadi hanno abbandonato i più deboli perché intrappolati dalla desueta ‘ottica lavorista’ e sedotti dal pensiero neoliberale.

La maggioranza invisibile, non si esaurisce però in una ‘semplice analisi’ dell’emergere di un ‘nuovo’ gruppo sociale, ma offre gli elementi per comprendere i primi effetti politici del suo consolidamento. Il voto alle elezioni politiche del 2013 ha portato alla prima apparizione elettorale di questo soggetto sociale, che pur non votando in modo perfettamente compatto, ha largamente sostenuto (con l’importante eccezione dei pensionati meno abbienti) il M5S. Precari e disoccupati, in particolar modo, hanno trascinato il movimento a un sorprendente risultato. Tuttavia, una parte rilevante della maggioranza invisibile, delusa dalla mancanza di progettualità politica del movimento, con la sua astensione alle elezioni Europee del 2014 ha favorito lo schiacciante successo elettorale di Renzi, capace di raccogliere quasi tutto il voto dei ‘garantiti’ (tradizionale elettorato del Pd e di Scelta Civica). 

L’evoluzione dello scenario politico ci mostra due dati incontrovertibili: primo, le forze politiche che hanno dominato la Secondo Repubblica non hanno la legittimità (persa nel pantano delle politiche di austerità intraprese a partire dal 2011) per affrontare le sfide pesantissime che ci si parano davanti; secondo, il voto della maggioranza invisibile è ormai determinante in ogni contesa elettorale. Per evitare quindi di vivere una nuova ‘rivoluzione passiva’ (richiamando Gramsci), per mezzo della quale l’élite dominante frustri ancora una volta le domande dei più svantaggiati con il ‘trasformismo’ o ‘il cesarismo’, serve mobilitare la maggioranza invisibile sulla base del comune interesse alla redistribuzione. Una redistribuzione di opportunità e ricchezza da ottenere anche grazie allo sviluppo di politiche universali di protezione sociale.

Mi auguro davvero che anche da questo scarno post, che riassume velocemente solo alcuni tratti del libro, possa nascere una discussione interessante. Da troppo tempo, infatti, abbiamo smesso di interrogarci su quali siano le basi sociali del cambiamento, lasciando la parola ‘progressismo’ in mano a chi non ha fatto altro che perseguire la logica dell’austerità neoliberista (affossando il nostro paese e l’Europa). E’ solo partendo da una riflessione complessiva sulle ‘basi sociali del progressismo’ che si può cominciare a mettere in discussione un’ideologia dominante e distruttiva come quella neoliberale. Un’ideologia che, spesso senza rendersene conto, molti hanno sposato come unica alternativa possibile.   

Occorre avere il coraggio di guardare al futuro avendo un rapporto equilibrato con le ideologie del passato. Quel passato che deve diventare cenere che attizza il fuoco (sa frarìa come dicono gli amici sardi e Alessandro) e non teca che preserva una reliquia. Per fare questo occorre avere il coraggio di tornare a chiamare le cose con il loro nome, e rivolgerci con onestà, anche quando sarà difficile, a chi avrebbe tutto l’interesse ad ascoltarci. La maggioranza invisibile cui questo articolo (ed il libro) è dedicato.