Giustizia & Impunità

Carceri: una storia ordinaria di mafia

Professore carissimo, io ero un semplice perito agrario. Quando mi sposai, mio suocero mi disse se volevo lavorare con lui nella sua impresa, visto che non aveva altri eredi. Si trattava di costruzioni, una bella realtà produttiva, con molti dipendenti. Cominciai e le cose andavano bene. Ad un matrimonio mi fu presentato un cugino: bel tipo, col rolex d’oro e un macchinone. Mi dissero di entrare in società con lui per incrementare la nostra attività. In realtà, quello che comandava era il padre di questo cugino. Veniva in cantiere accompagnato da una persona silenziosa, sempre vestito di nero.

Nei primi anni 80, in quella che poi fu definita la guerra di mafia, quel capo sparì insieme a tanti altri. Non si sapeva niente di ufficiale, ma noiautri a Paliemmo lo sapevamo quello che succedeva: vedevamo quella piangere di qua, i figli di quell’altro affidati agli zii e cose del genere. “Chiddu vestito ‘e niro” mi fece chiamare: gli dissi che potevo tranquillamente uscire dall’affare (un grande palazzo da demolire e ricostruire) ma lui disse che non cambiava niente, potevo proseguire con i lavori; il “capo” era partito, potevo parlare con lui che poi gli avrebbe riferito quando sarebbe tornato.

Mi disse di andare avanti tranquillamente, invece a stretto giro di tempo una per volta mi tolsero tutte le decisioni: mi imponevano le ditte subappaltatrici, chi faceva gli scavi, i fornitori, persino chi dovevo assumere in questo o quel posto. In più, mentre io ero in giro per gli uffici in cerca di permessi e autorizzazioni, in cantiere presero ad incontrarsi fior di pregiudicati (seguiti e fotografati dalla polizia, come seppi in seguito).

L'”uomo in nero” intanto apriva diverse attività in centro: il caso volle che una volta andassi in uno dei suoi negozi con mio figlio, il quale avendo sempre avuto una passione per tutto ciò che ha a che fare con gli impianti elettrici, gli risolse in poco tempo un annoso problema ad una centralina. Il tipo si impuntò: bravo ragazzo, me lo voglio cresimare io. Mia moglie, quando glielo dissi, si infuriò. Discutemmo molto a casa, ma alla fine non ebbi la forza di oppormi. Erano spariti pezzi grossi, non quaquaraquà e avevo paura.

Dopo qualche tempo finii dentro per concorso esterno in associazione mafiosa. Cominciai dai carceri speciali ma piano piano, man mano che le indagini proseguivano, fui declassato in quanto riuscii a far emergere che ero una semplice vittima della mafia: se prima ci limitavamo a pagare u pizzo, un tot ogni metro di cubatura, poi avevo tutte le ditte e i fornitori in odore di mafia. Gli stessi periti del tribunale accertarono che mi costavano un 30% in più dei prezzi di mercato. Se fossi stato uno di loro avrei pagato il 30% in meno.

Si scatenò la guerra tra pentiti. Dovete sapere che da noi ogni famigghia tiene un pentito, che viene usato per infangare. Il rapporto che instaurano con gli inquirenti è un ginepraio inestricabile, fatto di dichiarazioni e smentite, promesse e fregature. Nonostante tutto, per fortuna anche quelli che mi accusavano, alla domanda se fossi uno di loro rispondevano: ma quale uomo d’onore, chiddu lo tenevamo come nu cagnolino, faceva quel che volevamo noi. Questo mi ha consentito di essere declassato, venire a scontare la pena tra i “comuni” e, se Dio vuole, cominciare con i permessi e il percorso di reinserimento. Faccio colloqui con la mia famiglia e spero in un prossimo affidamento ai servizi sociali.

 

Nei miei lunghi anni di insegnamento in carcere, non è certo la prima volta che qualcuno mi venga a raccontare la sua storia. Come in tutte le altre occasioni, mi interessa fino a un certo punto di vagliare quanto di quel che mi viene detto sia vero. La “verità giudiziale” è già stata stabilita, si sta espiando una condanna. È chiaro che ognuno, nella propria ricostruzione, tende a giustificarsi e discolparsi, per quanto possa essere utile convincere della propria innocenza un semplice insegnante che non può e non deve dare altri giudizi se non quelli strettamente didattici. Però nel frattempo un’idea di come vanno le cose in certe regioni me la sono fatta: nella carenza di un’efficace azione statale, che va dai servizi alla prevenzione, è molto difficile in certe realtà esercitare un certo tipo di attività senza rischiare di essere invischiati, in qualche modo, in affari legati alla criminalità organizzata.