Mafie

Strage Via dei Georgofili senza colpevoli: non chiamatela giustizia

Ore 1 e 04. Notte del 27 Maggio 1993. Via dei Georgofili, Firenze. La catastrofe. Un fiorino imbottito di tritolo, circa 277 chilogrammi, squarcia l’antica Torre dei Pulci, sede dell’accademia, le case e le attività circostanti. Le fiamme divampano. La distruzione. La morte.

All’1 e 04 del 27 Maggio 1993 sono morti Caterina, Nadia, Dario, Angela e Fabrizio. Un’intera famiglia innocente straziata nel sonno, uno studente che stava preparando un esame per l’università; quarantotto persone restarono ferite ed invalide.

Siamo entrati in Tribunale per la prima volta il 12 giugno 1996. Aula bunker di Santa Verdiana in Firenze: è quel giorno, in quel luogo, che è iniziato il processo a Cosa nostra.

Sedici soggetti componenti il gotha di Cosa nostra più alcuni altri gregari erano entrati come panzer sotto la Galleria degli Uffizi di Firenze al fine di farla saltare in aria. Ma notarono delle telecamere di sicurezza, che per altro in seguito si sarebbe scoperto non essere in funzione; decisero quindi di piazzare il loro carico di morte sotto l’antica Torre, nella via adiacente. La più vicina.

Se vi state chiedendo quanti fossero fisicamente presenti in via dei Georgofili, se pensate che tutti e sedici fossero lì: no, in via dei Georgofili erano quattro. A Milano, in via Palestro, dove meno di due mesi dopo verrà reiterata una strage, erano in tre. A Roma la mafia farà saltare in aria due chiese care al Papa nel corso di una sola notte: a compiere materialmente questi attentati erano tre o quattro.

Al termine del processo di primo grado, nel 1998, vennero comminati quindici ergastoli sulla base delle parole di Buscetta, il pentito di mafia. Cosa nostra è una struttura piramidale: le decisioni vengono prese “democraticamente” attraverso le delibere di una commissione a cui partecipano tutti i capi. Per questo motivo, tutti sono da ritenere responsabili in egual misura.

Sulla stessa scia di ragionamento, la Corte di Appello di Firenze nell’ottobre 2013 ha condannato il mafioso Francesco Tagliavia, già nel mirino della magistratura fin dalle prime indagini e processi ma che non si era mai potuto condannare per mancanza di prove. In seguito, il pentimento di Gaspare Spatuzza ha gettato una luce sulla posizione stragista del Tagliavia. Ergastolo in primo grado, la conferma dell’appello. Poi, ieri, la Cassazione: annullata la condanna per tutte le stragi. Roma, Milano e rinvio a nuovo processo per la strage di Firenze.

Ben venga un altro appello a Tagliavia. Il nostro auspicio è che ciò avvenga a breve, visto che sono ormai più di venti anni che aspettiamo.

Però.

Però non ci si venga a raccontare che questa si può definire giustizia.

Quando sono state comminate quindici condanne all’ergastolo, e tutti i mafiosi, uno per uno, sono risultati responsabili di tutte le stragi del 1993 erano sicuramente altri tempi. All’epoca, cioè subito dopo le stragi cosiddette “in continente”, non si parlava ancora apertamente di trattativa fra Stato e Mafia. Di sicuro, però, c’erano già numerose coscienze sporche. Bisognava placare gli animi della gente per la morte di Dario, Nadia e Caterina, Fabrizio e Angela.

In quel 1998, data della prima sentenza per le stragi 1993, era ritenuto validissimo il teorema Buscetta, e la responsabilità condivisa per tutti gli eventi stragisti. L’ergastolo ostativo era un bene condiviso per la mafia.

Oggi succede che il teorema Buscetta viene cassato dalla Suprema Corte, mentre l’ergastolo viene osteggiato trasversalmente da tutte le forze politiche.

Comprendiamo che la Corte di Cassazione deve essere garantista. Ma è altro quello che ci offende e che ci ferisce ancora, a distanza di così tanti anni da quei fatti di sangue. L’ergastolo fa schifo a tutti quelli che, bontà loro, non hanno avuto a che fare con Cosa nostra. Per ciò che ci riguarda, noi siamo infuriati. Basiti e infuriati. Per usare una frase trita e ritrita, aspettiamo le motivazioni della sentenza.