Mondo

Cina, ricchi in fuga verso Hong Kong e Canada. Rotta la luna di miele col partito

Un'indagine Barclays rivela che il 47 per cento del campione intende trasferirsi. I motivi sono da ricercare nella scarsa qualità di vita nel Paese. Sembra così essere venuto meno il patto epocale tra il regime, che garantiva l'iniziativa economica, e i cinesi. Una volta arricchito, il ceto medio scappa all'estero

I ricchi cinesi scappano all’estero. E’ un fenomeno sempre più diffuso, che la leadership di Pechino cerca di dissuadere senza sapere bene come. Ora, un’indagine Barclays dà un po’ di numeri. Basata su interviste a più di 2.000 individui che, complessivamente, rappresentano un patrimonio netto di 1,5 miliardi di dollari, rivela che il 47 per cento del campione intende trasferirsi, a fronte di una media mondiale del 29 per cento.

Si citano come motivazioni le migliori opportunità educative e occupazionali per i figli (78 per cento), la sicurezza economica e il clima desiderabile (73 per cento), assistenza sanitaria e servizi sociali più efficienti (18 per cento). La destinazione preferita è Hong Kong (30 per cento), seguita dal Canada (23 per cento). La mente corre allo scorso gennaio, quando il governo di Ottawa fu costretto a congelare i visti concessi ai ricchi cinesi perché il suo consolato di Hong Kong era sepolto sotto una montagna di domande inevase e non smaltibili: oltre 50mila. Erano quelle di chi può concorrere allo status di “Federal investor”, che prevede un investimento di almeno 800mila dollari in Canada in cambio della residenza. L’indagine rivela anche che, dopo i cinesi, sono i cittadini di Singapore quelli più desiderosi di andarsene a vivere altrove. Curiosamente, la loro meta preferita è proprio la Cina. Insomma, è come se i cinesi d’oltremare credessero al sistema Cina più di quelli continentali.

Sembra così essere venuto meno il patto epocale, silente, sancito da Deng Xiaoping al momento delle “riforme e aperture” di fine anni Settanta: “Arricchirsi è glorioso”, testa bassa e fare soldi, a governare ci pensiamo noi (Partito), non è affare vostro. Quel patto ha trasformato milioni di funzionari politici in businessmen e, sopravvissuto anche allo shock Tienanmen, ha avuto poi una ratifica istituzionale con la teoria delle tre rappresentanze di Jiang Zemin, “l’Andreotti cinese”, il grande vecchio che anche oggi tira qualche filo da dietro le quinte. Nel 2000, fece sapere che il Partito non rappresentava più soldati, operai e contadini, bensì “le forze produttive più avanzate del Paese” e da quel momento si è riempito di palazzinari, tychoon e general manager.

Alla glorificazione dell’arricchimento, il fu Deng aggiungeva una piccola postilla: “Qualcuno si arricchirà prima di altri”. In quel momento era necessario scatenare le forze produttive del Dragone, ma così finiva l’uguaglianza piatta di Mao Zedong e cominciava il capitalismo cinese, che in trent’anni ha prodotto una diseguaglianza ormai politicamente destabilizzante. Per questo motivo, la leadership di Xi Jinping ambisce oggi a una crescita più equilibrata e, con le riforme lanciate nel novembre 2013, cerca di trasferire ricchezza dalla parte più ricca del Paese a quella rimasta indietro. Ed ecco che uno dei due contraenti del patto, dopo avere fatto fortuna, prende i soldi e scappa.

Certo, le risposte del campione intervistato da Barclays rivelano l’anelito a una maggiore qualità della vita. Non è un caso che all’origine dei cosiddetti “incidenti di massa”, cioè le proteste che coinvolgono più di cento persone, ci siano sempre più le questioni ambientali piuttosto che i conflitti di lavoro e gli espropri di terre, che erano invece tipici di una civiltà ancora operaia e contadina. C’è un ceto medio che protesta e uno che se la fila. Paradossalmente, per la leadership, è meno pericoloso il primo.