Diritti

L’eterologa nasce da una finzione

Suscita interrogativi la corsa all’eterologa delle Regioni senza una legge del Parlamento. Quando la Corte costituzionale dichiarò illegittima la legge elettorale, lasciò giustamente al Parlamento di riscriverla. Egualmente dovrebbe essere riservato ai rappresentanti del popolo di legiferare sui temi bioetici. Troppi sintomi di improvvisazione stanno investendo la definizione dei rapporti familiari. La sentenza con cui il Tribunale dei Minori di Roma ha concesso l’adozione di una bimba alla convivente della madre è un altro di questi. Non sta giuridicamente né in cielo né in terra. La bimba ha una madre, non era in stato di abbandono o disagio sociale e nulla impediva il rapporto affettivo tra lei e la partner della madre. Ora, poiché papa Francesco ha cessato le interferenze della Chiesa in campo legislativo dovrebbe esserci per tutti libertà di analizzare laicamente i problemi.

Uno Stato e una società non possono muoversi senza un quadro di valori, frutto di un comune ragionare. Valori-guida sostanziano le leggi sul lavoro, sul paesaggio, sulle minoranze linguistiche, sulla proprietà, sull’impresa: sarebbe paradossale che la legislazione sulla famiglia fosse lasciata a una ingegneria priva di chiarezza su ciò che conta. Qui non parliamo della famiglia del Mulino bianco, ma della fisionomia di un organismo che storicamente gioca e continua a giocare un ruolo fondamentale nella società. Ciò che si avverte a pelle è una tendenza al livellamento per cui tutto – secondo un pensiero unico – deve essere “uguale” a tutto. Ideologicamente. Non perché lo sia nella realtà.

Fecondazione eterologa e omologa sono equivalenti? I figli nati nelle coppie, che fanno uso di un metodo o l’altro, hanno la medesima identità? Non è così. In una coppia che attua la fecondazione omologa si ha veramente una “procreazione assistita”, poiché la tecnica elimina semplicemente un impedimento al loro naturale incontro. Non così nella fecondazione eterologa. Lì viene inserito nella coppia un terzo personaggio, che però non deve apparire e deve agire soltanto da fornitore di materiale genetico. È una possibilità tecnica. Questo la rende di per sé positiva? Le opinioni possono dividersi. Il principio di realtà certifica però, senza ombra di dubbio, che non nasce un figlio alla coppia: viene al mondo il figlio di un solo partner, il quale alla sua nascita ha un padre e una madre ignoti dai quali è separato alla radice. Non è cosa di poco conto.

L’adozione, a cui storicamente facevano ricorso le coppe senza bambini, è un procedimento trasparente. Un bimbo con la “sua” storia viene accolto pubblicamente nella storia di un’altra famiglia. Mentre l’avvento di un bambino ottenuto con l’eterologa viene fatto passare per finzione simbolico-giuridica come “nostro” figlio. Ma non lo è. Non lo è biologicamente, non lo è geneticamente, non lo è per l’imprinting psichico che ha radici profonde al di là dell’ambiente in cui crescerà il bambino, che pure ha la sua importanza. Ma allora non conta l’affetto di chi lo alleva? Conta moltissimo. Ma non è tutto. Voler nascondere i problemi sotto il velo della genitorialità sociale (neologismo orrendo) significa voler rendere ideologicamente equivalente ciò che non è.

Con tutto l’affetto del mondo, un bambino che cresce con i nonni o con due zie, pur amatissimo, non è nella situazione equivalente di chi cresce con i propri genitori. Crescere con la madre dal cui ventre si è nati e con il padre che ha generato non è un dettaglio naturalistico, una variante incidentale. E non è equivalente crescere con due figure maschili o due femminili. La bipolarità sessuale è nel dna della storia umana. Il che non toglie nulla alla libera determinazione di due adulti, di crearsi una comunanza di vita secondo il proprio orientamento sessuale: diritto che va garantito dalla legge.

Nessuno si è accorto che la sentenza, con cui – nella vicenda dello scambio delle provette in un ospedale romano – il giudice ha attributo i gemelli alla madre partoriente e non alla madre genetica in nome dell’interesse dei minori a vivere con la “famiglia gestante”, costituisce un giudizio devastante sulla pratica dell’utero “a prestito o in affitto”. Pratica in cui viene esattamente violato quel rapporto intimo e profondo, che si stabilisce tra nascituro e gestante. Tutto questo universo complesso di relazioni non può essere lasciato al darwinismo delle volontà individuali. Laicità è discutere apertamente delle opzioni alternative, specialmente in Parlamento. Nel caso dell’eterologa, ad esempio, va garantito il diritto preminente del concepito di sapere sempre “da dove è nato”. Far dipendere questo diritto primario dal “mercato”, cioè dall’andamento della domanda e dell’offerta delle donazioni di ovociti e gameti (tolto l’anonimato, si dice, diminuiscono i donatori) appare semplicemente impensabile dal punto di vista dei diritti umani.

Il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2014