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Olanda, le banche del cibo: la lenta agonia del welfare state

Nei Paesi Bassi negli ultimi tre anni si sono moltiplicate in modo esponenziale le cosiddette “banche del cibo”, le “Voedselbanken”. Sono dei veri e propri centri di redistribuzione gratuita di alimenti per le persone meno abbienti. I prodotti alimentari provengono dai supermercati, delle grandi catene commerciali e anche delle singole unità familiari. Alcuni sono leggermente danneggiati, altri sono molto vicini alla scadenza, altri ancora vengono scartati perché non più in linea con le strategie di mercato, oppure sono semplicemente donati. Si basa tutto sulla buona volontà dei privati. Il welfare state non c’entra nulla.

Ovviamente ci sono dei criteri per poter diventare “clienti” di queste banche. Non basta varcare la soglia e riempire il carrello. Se un qualsiasi cittadino vuole usufruire dei servizi offerti dalla banca deve presentare la dichiarazione dei redditi, tutte le bollette e tutte le ricevute delle spese fondamentali sostenute durante il mese. Quindi acqua, luce, gas, affitto, tasse, assicurazione, cibo, vestiti. Se una volta sottratte queste spese al reddito mensile il cittadino si ritrova in tasca meno di 180 euro può essere ammesso nella banca del cibo. Chiaramente questo è il modello base che si applica a una persona che vive da sola. Per ogni altro adulto presente nel nucleo familiare vanno aggiunti 60 euro alla soglia dei 180. E per ogni minore 50 euro.

La prima banca olandese del cibo è stata inaugurata nel 2002. Oggi, dopo 12 anni, secondo un articolo pubblicato da due ricercatori dell’Università di Groninga, nei Paesi Bassi ci sono più banche del cibo che McDonalds. Le prime sono all’incirca 435, i secondi 384 (sommando McDonald’s e McDrive). Ciò significa che anche le persone bisognose di assistenza alimentare di base sono aumentate. Negli ultimi tre anni di crisi finanziaria il numero dei clienti delle banche del cibo ha subito un incremento del 65 per cento. A fine 2013 Oxfam ne contava circa 70.000. Soprattutto donne e persone con livelli di istruzione non elevati. La più grande Voedselbank di Amsterdam ha aiutato 4580 persone nel 2013, mille in più dell’anno prima.

Questi numeri colpiscono. I Paesi Bassi erano e sono ancora tra i paesi più ricchi del mondo. All’inizio degli anni 80 erano in cima alle classifiche globali di spesa per le politiche sociali. Destinavano circa il 40 % del Pil al welfare. Un livello di spesa paragonabile a quello svedese. Oggi la situazione è molto diversa. Nel 2009 l’Unione europea ha aperto una procedura per i disavanzi eccessivi contro i Paesi Bassi. Il rapporto tra deficit e Pil aveva toccato quota 5,6 per cento. E al Governo olandese venivano concessi 4 anni (poi diventati 5 a causa del perdurare della crisi) per ritornare al di sotto dell’ormai celebre parametro del 3 per cento.

Dal 2011 l’Esecutivo ha iniziato ad introdurre severe misure di austerità. L’economia si è contratta. Il rapporto tra debito e Pil è passato dal 45,3 per cento del 2007 al 71 per cento degli ultimi mesi del 2012. Sul finire del 2013 il governo del Premier Mark Rutte, sostenuto da una coalizione di conservatori-liberali e laburisti, ha annunciato nuovi tagli da 6 miliardi di euro per poter dare l’ultima sforbiciata al rapporto tra deficit e Pil (parliamo di pochi decimi percentuali) e riportarlo a quota 3 per cento. L’annuncio di questa manovra è stato preceduto dal primo discorso ufficiale del nuovo Re Guglielmo Alessandro, salito al trono da pochi mesi, dopo l’abdicazione della Regina Beatrice. Il Re ha detto chiaramente che il welfare state del XX secolo è acqua passata. Non c’è ora e mai più ci sarà. Semplicemente non è sostenibile. Bisogna rapidamente transitare verso quella che lui stesso ha definito un modello di “società partecipativa”, in cui ognuno (non si sa bene come) deve assumersi la responsabilità del suo futuro e crearsi da solo le sue reti sociali e finanziarie, con un coinvolgimento più ridotto dello Stato.

Alcuni hanno trovato un po’ironico che la morte del welfare state e l’avvento di una nuova società in cui ognuno è responsabile delle sue reti protettive siano stati annunciati da un uomo alla guida di una monarchia che tra stipendi, castelli e parate costa annualmente allo Stato 100 milioni di euro. Ma lasciamo da parte questa simpatica polemica. Rischia di distogliere l’attenzione dal molto più interessante e controverso dibattito sulle “Voedselbanken”, che nei Paesi Bassi è al momento abbastanza vivace.

Coloro che considerano inevitabili i tagli, le misure di austerità e il passaggio, preannunciato dal Re, dal welfare state del XX secolo alla “società partecipativa” vedono nelle banche del cibo un efficace strumento privato capace di arginare il disagio sociale. Chi invece crede ancora nella possibilità di tenere in piedi le politiche sociali della seconda metà del secolo passato considera questi luoghi di carità come una morfina che riduce l’effetto della povertà, facendo apparire la situazione meno grave di quella che è in realtà, e attenua la pressione politica di chi chiede allo Stato il riconoscimento dei diritti sociali ed economici di base per tutti i suoi cittadini. Il problema è abbastanza spinoso, perché se davvero si lasciano prosperare luoghi come le banche del cibo l’assistenza sociale diventa un’elargizione dei privati, che possono decidere come, quando, cosa e in che modo donare. La differenza tra chiedere che ti venga riconosciuto un diritto e aspettare che qualcuno ti faccia la carità non è cosa da poco.