Mondiali di Calcio

Mondiali, dionisismo o oppio dei popoli?

Lo premetto subito: io non amo lo sport. Non amo praticarlo, perché sudare non mi piace. E non amo praticarlo per procura, perché tifare per questo o quel campione non fa per me. Però ci sono i Mondiali, e fuori dalla biblioteca di zona non si parla d’altro. Da giovane, ossia tanti anni fa, ero inciampato in un libro: Il Calcio come ideologia di Gerhard Vinnai. È un libro di cui ora mi ricordo un solo passo: “I goal sul campo di calcio sono gli autogol dei dominati.” Provo a citarlo, e la biblioteca si trasforma nel Maracanà.

Il Gianni, che non è Pasolini, ma nemmeno scemo, dice: “Non sai che il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo?” E il Riccardo, che (va da sé) al calcio preferisce il biliardo, ribatte: “E tu non sai che il Brasile è sull’orlo della guerra civile a causa di questi mondiali?”. E il Gianni, che non è Galeano, ma nemmeno ignorante, ribatte: “Certo, Splendori e miserie del gioco del calcio!”. E il Riccardo: “No, il calcio è da sempre l’arma di distrazione di massa dei regimi!”.

In quel momento interviene il bibliotecario, che per placare gli animi se ne esce con un libro. “Provate a dargli un’occhiata” dice.

E noi lo facciamo, anche perché non abbiamo altro da fare.

Si tratta di Calcio e dittature, una storia sudamericana di Sergio Giuntini. È un saggio che analizza l’uso politico del football in Sudamerica (e non solo), da sempre “antropologicamente sospeso tra ‘dionisismo’ nietzschiano e ‘oppio dei popoli’ di marxiana memoria.” Allora Riccardo ‘l’anti-sportista’ inizia a leggere. Nel libro si passano in rassegna tutti i mondiali (et simili) ad uso dei regimi. All’inizio si racconta l’evacuazione di una comunità indigena brasiliana per far posto al nuovo Maracanà, “così assurto a simbolo dei pesanti costi umani e degli immensi sprechi legati a ogni campionato del mondo”.

Ma il Riccardo non fa in tempo a finire di leggere. Gianni ‘il calcista’ gli ha rubato di mano il volume. “E allora?” dice. “Non sai che Barcellona e Athletic Bilbao, ai tempi, giocavano contro il franchismo? E che Socrates, “il tacco che la palla chiese a Dio”, leggeva Gramsci?”

E il Riccardo, ri-rubandogli il libro: “Cosa c’entra? Non sai che già “Le Olimpiadi del 1960 a Roma videro lo sgombero dei baraccati storici di Campo Parioli, e l’operazione ribattezzata ‘Foglia di Fico’ con la quale si eressero dei paraventi di compensato per non mostrare ai turisti le reali condizioni del quartiere Ostiente”? E che “A Monaco di Baviera nel 1972 a far le spese dell’Olimpiade furono gli emigrati turchi, ad Atlanta 1996 le molte migliaia di homeless locali, a Pechino 2008 i trasferimenti di massa interessarono migliaia di abitanti indesiderati”? E che “Nel caso dei mondiali calcistici argentini del 1978 si procedette con pari se non superiore solerzia […], con l’esercito che scortava militarmente le ruspe chiamate a tale compito”?”

E il Gianni: “E tu no sai che in quel mondiale, durante la partita Argentina-Ungheria, “gli ascoltatori della telecronaca per un attimo sentirono la voce del capo guerrigliero Montoneros Mario Firmenich”, sfuggito ai controlli del regime?”

E il Riccardo, trasecolando: “Cosa??? Ma non sai che fu proprio Videla, “il ‘padre’ della tragedia, colui il quale teorizzerà la guerra senza limiti agli oppositori, […] come i cosiddetti ‘voli della morte’”, a introdurre per primo “la vendita di soli biglietti nominativi non trasferibili, oltre a minuziose perquisizioni nell’accesso agli stadi”?”

E il Gianni: “E tu non sai che Edilberto Coutinho diceva: “I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è eterno. Non lo dimentica nessuno”?”

E il Riccardo: “E tu non sai che Mario Benedetti diceva: “Troppe volte il football è stato mostrato dalle dittature come una vetrina: accadde con Franco e il Real Madrid, nell’Argentina del mondiale ’78 e nel Mundialito dell’81 nel mio Paese”? E non sai che proprio quel Mundialito in Uruguay fu utilizzato anche in Italia per introdurre una specie di golpe televisivo?»

E il Gianni: «E tu non sai che “Che Guevara giocava a calcio […], ed era così appassionato che avrebbe voluto che le partite non finissero mai”?»

E il Riccardo, lapidario: “Certo, giocava in porta…”

Li conosco da una vita, Gianni e Riccardo, sono come cane e gatto. Non si trovano su niente. Bisticciano così da trent’anni. Meglio lasciarli nel loro brodo… E faccio per andarmene.

«Zappa, dove vai?» mi urla subito il Riccardo.

«A casa, mi avete fatto venire il mal di testa.»

«Ma stasera guardi la partita?» fa il Gianni.

«Figurati, non ho nemmeno la televisione. Piuttosto leggerò un bel libro.»

«Quale?»

«Ovviamente Calcio e dittatura, una storia sudamericana di Sergio Giuntini. Così finalmente ne saprò qualcosa di più…»

Sergio Giuntini, Calcio e dittature, una storia sudamericana, Sedizioni