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Belgio, arrestato presunto membro della banda che sconvolse il Paese negli anni 80

Jean-Marie Tinck è accusato di nove capi di imputazione. Tra il 1982 e il 1985 avrebbe fatto parte della banda del Brabante Vallone cui sono attribuiti 28 omicidi e diverse rapine

A tutt’oggi in Belgio rimane il caso irrisolto più rilevante dell’ultimo trentennio. Un caso che, tra il 1982 e il 1985, fece registrare 28 morti, una dozzina di assalti molti dei quali alla catena di supermercati Delhaize e un bottino tra i 6 e i 7 milioni di franchi belgi (tra i 150 e 175 mila euro), ritenuto troppo esiguo rispetto alla carica di violenza che si scatenò. E adesso – a distanza di tanto tempo e con l’approssimarsi della prescrizione che scatterà a novembre 2015, se non verrà accolta la richiesta di poche settimane fa del procuratore generale di Liegi Christian De Valkeneer di estenderla al novembre 2025 – la storia della banda del Brabante Vallone registra un arresto. Nei giorni scorsi, infatti, a finire in manette per ordine del giudice istruttore di Charleroi Martine Michel, a capo di un pool investigativo creato ad hoc, è stato Jean-Marie Tinck, nato 68 anni fa Binche. Che nega il proprio coinvolgimento, ma su cui pendono 9 capi d’accusa, tra cui omidicio e furto.

Ripartono così le indagini – mai abbandonate – su una vicenda che, nel corso del tempo, è finita sotto l’ombrello della strategia della tensione europea, ha chiamato in causa gruppi di estrema destra come il neonazista Westland New Post ed è stata associata anche alla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti, oltre 200 feriti), la banda dei poliziotti della Uno bianca (24 vittime e decine di feriti), l’esplosione all’Oktoberfest di Monaco (26 settembre 1980) e gli attentati dinamitardi registrati in Lussemburgo tra il 1984 e il 1986 (il cosiddetto “caso Bommeleeër”, il caso del “seminatore di bombe”, per il quale è in corso un processo ormai prossimo alla sentenza). Ma chi è il sospettato di oggi, ritenuto coinvolto almeno nella prima ondata di assalti, tra il 1982 e il 1983? Secondo le prime notizie circolate in Belgio si tratta di un anziano che, dopo la morte della madre, 5 anni fa, vive solo in una casa popolare di Bruxelles.

Lo chiamano “le marin”, il marinaio, perché ha una barca ormeggiata a Ostenda e di lui, secondo gli inquirenti belgi, avrebbe parlato qualche mese fa un confidente francese al quale Tinck avrebbe detto di aver partecipato agli assalti del Brabante Vallone. Parte la prima verifica, ha spiegato Pierre Magnien, procuratore del re di Charleroi, con una rogatoria nel sud della Francia. Ed ecco che, una volta accolta, si ha la conferma che quello pronunciato dall’informatore è un nome non nuovo per le carte dell’inchiesta, come sottolineato dal procuratore De Valkeneer. Infatti l’uomo, già noto per precedenti penali di altra natura, era finito nelle indagini nel 1997 perché riconosciuto da tre testimoni come il volto che compariva in uno degli identikit, il numero 17. Ma poi la comparazione del suo Dna con quello trovato in alcuni reperti, tra i quali un cappello da pescatore usato in uno degli assalti della banda, non aveva dato un esito certo a causa della contaminazione del campione. Il test, oggi, potrebbe essere ripetuto avvalendosi, secondo Vanessa Vanvooren dell’Institut national de criminalistique et de criminologie, di tecniche di analisi più raffinate.

Nel frattempo il legale di Tinck, Jean-Edmond Mairiaux, ha annunciato di aver presentato ricorso contro l’arresto facendo leva sulla presunta inattendibilità del confidente francese e sulla mancanza di indizi già nelle indagini del 1997. E a questo proposito la Camera per la messa in stato d’accusa si esprimerà nel giro di 2 settimane. “Verificate pure tutto quello che volete, ma non troverete niente”, ha dichiarato l’avvocato a 7 sur 7. Ma in base a quanto riporta la stampa francofona, a far decidere per l’arresto ci sarebbe stato anche un ipotizzato pericolo di fuga. Inoltre, secondo un reportage della rivista La Capitale, sarebbe stato condannato per l’aggressione avvenuta nel 1991 di un barista di Uccle perché “aveva servito da bere a un arabo in piena guerra del Golfo”. Tuttavia i vicini di casa, intervistati dalla testata del gruppo SudPresse, negano tendenze razziste dell’uomo che abita in un quartiere caratterizzato dalla presenza di etnie differenti.