Politica

Sindaci, i ‘sottopagati’ della politica?

Per diventare sindaco bisogna affrontare una incredibile corsa a ostacoli: lotte intestine prima nel proprio partito, poi nella coalizione, dove i colpi bassi sono spesso più duri prima della formazione delle liste di quanto avvenga poi nella successiva campagna elettorale. Superata vittoriosamente la competizione, comincia il gioco d’equilibrio che, fin dalla formazione della Giunta, costringe a stare sempre sul filo del rasoio per la tenuta della maggioranza.

Pressioni di ogni tipo giungono da tutti i settori della società (per di più in crisi), dai grossi gruppi imprenditoriali ai semplici cittadini disperati che chiedono aiuto. Il sindaco è ufficiale del Governo e massima autorità di pubblica sicurezza, con quel che ne consegue soprattutto nel malaugurato caso di calamità.
Chiunque si presta alla politica attiva si trova a gestire quotidianamente questioni vitali come l’acqua, i rifiuti, le strade, l’illuminazione, le case, la pubblica incolumità. Si firmano atti che comportano grandi responsabilità, anche penali e contabili. Un enorme dispendio di energie, spesso di soldi (per le continue collette, sottoscrizioni, gli aiuti ai bisognosi), di tempo da dedicare a sé o alla propria famiglia. Un incarico che, quando è svolto in buona fede, si rivela fatalmente ingrato, coronato solo da gratificazioni di ordine personale e una sana ambizione.

Infatti, in una cittadina di medie dimensioni il sindaco è retribuito con 1.380,49 euro, lordi! Gli assessori percepiscono dai 400 ai 900 euro mensili. Un consigliere gode di ben 168,41 euro per tutto l’anno! Il sindaco di Roma, la capitale d’Italia, con tutti i problemi propri di un’area metropolitana, prende 4.500 euro netti al mese. A fronte di emolumenti così modesti, gli amministratori hanno il potere di decidere su piccoli e grandi lavori pubblici e affidare incarichi professionali a progettisti, architetti, avvocati, ingegneri, consulenti e tecnici vari, per importi di centinaia di migliaia di euro.

Stesso discorso su scala nazionale: i membri del governo percepiscono stipendi piuttosto limitati se posti a confronto con le competenze che dovrebbero essere richieste, le responsabilità che assumono e gli effetti delle loro azioni sull’intera collettività. E anche se paragonati agli introiti di grandi manager, professionisti, star dello sport e dello spettacolo.

Anche qui, chi prende circa 15 mila euro mensili può decidere la nomina di manager pubblici che hanno compensi strabilianti: l’indennità del ministro è equiparata a quella di un normale dirigente e va moltiplicata per 10o per giungere al milione e mezzo della guida delle Poste o i 6,4 milioni dell’ad di Eni. Sono molti, infatti, i casi di ministri che avevano emolumenti assai più consistenti nella professione che svolgevano in precedenza.

C’è chi sostiene che i ministri siano sottopagati anche rispetto ai parlamentari, i quali assumono meno responsabilità personali e sono meno vincolati (molti partecipano a un numero limitato di sedute). Ma se facessero il loro mestiere di legislatori, dando alla comunità un quadro normativo finalmente più chiaro, essenziale, organico, attuale, meriterebbero ben oltre le loro indennità.

Il problema è un altro. Non dovremmo pagare di meno la politica ma essere noi tutti molto più esigenti rispetto ai governanti che scegliamo: onestà, affidabilità, competenza è il minimo che si possa pretendere da chi riceve la delega a curare i nostri interessi e quelli delle generazioni future.

Il finanziamento pubblico ai partiti è un falso problema in termini di conti dello Stato (molto più urgente, necessaria, determinante sarebbe una severa normativa anti-corruzione) ed è sostanzialmente demagogico: se fosse realmente abolito, potrebbero permettersi di fare politica solamente ricchi e pensionati. O, peggio, malintenzionati consapevoli di poter lucrare per vie traverse attraverso la gestione del potere.