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Salario minimo, a Seattle 15 dollari all’ora. Da sinistra le critiche più dure

L’accordo è giunto dopo una lunga trattativa all’interno di un comitato, composto da imprenditori, politici locali e sindacalisti, che il sindaco democratico Ed Murray aveva costituito lo scorso dicembre, per lavorare alla sua proposta: su 24 membri, in 21 hanno approvato il piano, una cifra che indica un largo consenso

In pochi anni i lavoratori di Seattle potranno arrivare a percepire un salario minimo di quindici dollari all’ora, una cifra pari al doppio della media federale degli Usa, e molto superiore ai 9,32 dollari del minimo salariale fissato attualmente nello stato di Washington. Lo prevede il piano annunciato giovedì 1° maggio dal sindaco democratico della città, Ed Murray, al termine di un percorso molto lungo: la proposta era stata infatti lanciata da Murray per la prima volta lo scorso settembre, durante la campagna elettorale. Il piano approvato mercoledì notte prevede l’aumento del salario minimo fino alla cifra di 15 dollari all’ora in un periodo di tempo che varia da tre a sette anni, in base alla dimensione delle aziende e al fatto che i lavoratori percepiscano o meno benefit aggiuntivi, come l’assicurazione sanitaria. Inoltre, dopo aver raggiunto il minimo di 15 dollari, il salario verrà agganciato all’inflazione, con un aumento previsto del 2,4% annuo: in base alle stime, in questo modo il salario minimo a Seattle potrebbe raggiungere i 18 dollari all’ora nel 2025, il doppio del livello attuale.

L’accordo è giunto dopo una lunga trattativa all’interno di un comitato, composto da imprenditori, politici locali e sindacalisti, che lo stesso Murray aveva costituito lo scorso dicembre, per lavorare alla sua proposta: su 24 membri, in 21 hanno approvato il piano, una cifra che indica un largo consenso. “Ancora una volta Seattle ha deciso di collaborare, e i lavoratori della città avranno un aumento”, ha dichiarato il sindaco in conferenza stampa. Il piano divide le aziende in piccole (fino a 500 dipendenti) e grandi: queste ultime – pari a meno dell’1% del totale, ma con oltre 30mila dipendenti nella città – avranno tre anni di tempo per adeguare la paga al nuovo minimo di 15 dollari all’ora. Gli anni diventano quattro per le grandi aziende che offrono ai loro dipendenti l’assicurazione sanitaria. Le piccole imprese hanno tempo fino al 2019 per adeguarsi al piano, se pagano ai loro lavoratori il solo salario, e fino al 2021, se invece offrono benefit.

Contro ogni aspettativa, però, le critiche più severe al piano di Murray non sono arrivate da destra, ma da sinistra, nota il New York Times. In particolare, “15 Now” (15 adesso), un gruppo di attivisti guidato dal consigliere comunale socialista Kshama Sawant – uno dei due membri del comitato che ha votato contro il piano, mentre il presidente della Camera di Commercio di Seattle si è astenuto – ha promosso una raccolta di firme per imporre alle grandi aziende l’aumento salariale a partire dal 1° gennaio del 2015. Ma il piano ha raccolto l’appoggio dei sindacati, come il SEIU (Service Employees International Union), il cui presidente, David Rolf, ha dichiarato che il piano “porterà circa 500 milioni di dollari nel circuito dell’economia, dimostrando che un salario minimo più alto aiuta l’imprenditoria e la creazione di posti di lavoro”. Secondo le stime, nella sola Seattle ci sono 102mila lavoratori che guadagnano meno di 15 dollari all’ora: l’aumento del salario minimo porterà nelle loro tasche appunto mezzo miliardo di dollari in più da spendere.

La decisione di Seattle è arrivata mentre al Congresso è ancora bloccata la proposta di legge, avanzata dai democratici e sostenuta dallo stesso presidente Barack Obama, di aumentare il salario minimo federale da 7,25 a 10,10 dollari: la paga minima, agganciata all’inflazione, in base alla proposta dovrebbe essere applicata in tutti gli Stati che non prevedono un minimo salariale più alto. Mercoledì 30 aprile, il giorno prima che il sindaco di Seattle annunciasse il suo piano, il Partito repubblicano ha bloccato la misura in Senato, nonostante i sondaggi rivelino che oltre il 60% degli americani sia favorevole all’aumento.