Cronaca

Genny a’ carogna è un pezzo d’Italia non di Napoli

A New York era primo pomeriggio quando ho avuto le prime notizie delle violenze romane. Subito il mio pensiero e’ andato a Gino, Renata, Vincenzo e tutti gli altri amici carissimi che erano andati all’Olimpico, da Napoli, per seguire la partita. Per loro il Napoli è più che una passione. E’ quello che ogni sport dovrebbe essere: allegria, amicizia, emozione per un passaggio, uno stop, un calcio d’angolo tirato bene e discussioni di giorni su un rigore, un fallo, un modulo di gioco. 

Quando ho visto le foto di “Genny a’ carogna“, onestamente, ho pensato a loro e a quanto potesse essere difficile essere in uno stadio, a poca distanza da un tale soggetto e non provare vergogna, come amanti di uno sport bello come può essere bello il calcio, e come napoletani. E non aggiungo perbene. Perché non è necessario. Perché essere napoletani non significa dover aggiungere delle specifiche come “onesto, perbene, lavoratore, affidabile ecc ecc”. Lo siamo. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno.

Anche “Genny a’ carogna”, però, è napoletano. Ed è l’emblema di una parte di città che pesa sull’altra come un macigno: opprimente, devastante, limitante. Genny e la sua maglietta da vomito. Genny e il suo atteggiamento da guappo che tiene tutti per le palle. Uno stadio intero a guardare “o’ re” che decide. E il re ha deciso che si giocava e tutti hanno obbedito. Dimostrando ancora una volta, che in quegli stadi ci sono problemi gravi, gravissimi che poi sono quelli del paese, solo concentrati in uno spazio ridotto e dunque pronti ad esplodere in ogni momento.

Genny, però, sia chiaro è un “ultras” come tutti gli altri ultras, quelli che – quando ci sono problemi li risolvono e quando non ce ne sono li creano. A loro bisogna chiedere il permesso per giocare, non giocare, divertirsi e, soprattutto, per non far scoppiare una carneficina come quella che si temeva ieri a Roma. Il calcio e gli ultras: una storia vecchia e brutta che diventa solo più vecchia e più brutta perché non si riesce a porvi rimedio, non ci si prova abbastanza. Perché in Inghilterra, per esempio, il “problema” l’hanno risolto. Da noi, invece, si riesce ad entrare negli stadi con petardi, bombe carta e qualche altro oggetto per scatenare la guerriglia.  

Da ieri, discuto su due fronti: con chi pensa che ora tutti punteranno il dito contro “Genny” perché ce l’hanno con noi napoletani e quelli che “solo i napoletani hanno un Genny”. Beh, se una partita viene “autorizzata” (certo dopo essersi “consigliato” con i componenti del suo staff – leggi altri ultras) da un tizio che ha, solo per dirne una, una maglietta che inneggia all’omicida di Filippo Raciti, allora,diciamo che, perlomeno, prestiamo il fianco alle “solite” critiche su Napoli (molte delle quali – ahimè – fondate); d’altro canto, ci sono molti altri episodi in cui ultras di altre squadre, non meno disgustosi a vedersi di Genny,  hanno deciso le sorti di incontri di calcio. 

Il problema è che le due “lamentele”, ripetute all’infinito, tendono semplicemente ad annullare la gravità dell’episodio per poter tirare avanti fino alla prossima partita.

A tutto ciò si aggiunge chi, poi, ringrazia Genny e gli ultras in generale, perché danno quella “sicurezza” che lo Stato non garantisce. Proprio come fa la camorra. Come fa la mafia. 

E a noi sembra, desolatamente, che non ci sia nulla da fare se non mettere una parete immaginaria fra noi e Genny. Eppure, quando le telecamere inquadrano lo stadio, siamo vicini, troppo vicini e abbiamo pure al collo la stessa sciarpa. E questo dovrebbe farci orrore.