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Il Barcellona è ancora ‘mes que un club’?

Il fenomeno pagato in parte in nero e i ragazzi della Cantera arrivati violando le norme sul trasferimento dei minori. Nel giro di due mesi, il Barcellona macchia la sua immagine internazionale con due scandali che toccano prima squadra e settore giovanile. Cioè quella filiera che ha reso il club catalano un esempio per il calcio mondiale. Prima il “Neymargate” – scoperto grazie alla denuncia di uno dei 160mila soci-tifosi – e le dimissioni del presidente Sandro Rosell, ora l’accusa pesantissima di aver ignorato le regole che disciplinano il mercato dei giovani talenti. Non un episodio, quest’ultimo, ma un modus operandi dei dirigenti che – secondo la Fifa – andava avanti dal 2009. E in un asset chiave nella storia del Barcellona come quello del reclutamento e svezzamento di giovani calciatori da trasformare nei prossimi Piquè, Fabregas, Iniesta e Messi. Una buona parte di ciò che ha contribuito a trasformare la società catalana in “mes que un club”.

La Cantera così come la conosciamo oggi nasce nel 1979 e si propone come un progetto di lunghissima gittata voluto dai dioscuri Josep Nunéz e Johan Cruyff. Per la crescita dei giovani blaugrana viene creato un centro sportivo di oltre 130mila metri quadri e tutti i ragazzi che non vivono nei paraggi alloggiano a La Masia, una villa settecentesca trasformata in foresteria dove i campioncini studiano e sono seguiti da pedagogisti ed educatori sociali che tracciano percorsi personalizzati con un occhio di riguardo alla scuola e ai valori sociali. Le regole per gli adolescenti? Niente fumo, niente alcol, né tatuaggi e, da quando esistono, cellulari usati con moderazione.

Insomma: norme ferree. Come quelle che avrebbero dovuto rispettare i dirigenti nel selezionarli evitando di portare in Spagna il “Messi asiatico” Seung Woo Lee e altri nove piccoli talenti. Chi ha sempre fatto viaggiare sugli stessi binari calcio ed educazione, viene beccato con le mani della marmellata e punito. È l’educatore bacchettone che passa dall’altra parte della cattedra. 

Il fulcro della questione, quindi, non è quanto è pesante la punizione. Il blocco del mercato fino a giugno 2015 – sempre (ed è probabile) che il ricorso del Barcellona non venga accolto in parte come accadde con il Chelsea nel 2009 – potrà rallentare i sogni di gloria di una, due stagioni. Ma la macchia sulle maglie blaugrana resta, oltretutto in un campo spesso discusso come quello dei trasferimenti dei minori. Una macchia che colpisce soprattutto due categorie:

a) i tifosi che vedono trasformarsi un palazzo di vetro in un vaso di Pandora: il Barcellona che sforna campioni fatti in casa, orgoglio dei 160mila soci, in realtà pesca calciatori poco più che bambini dove non potrebbe;

b) i ragazzi della Cantera stessa, coloro ai quali il Barcellona insegna quali sono le regole da seguire per far parte della “sagrada familia”. Cosa penseranno ora del loro maestro? E cosa risponderanno se pizzicati a La Masia con una sigaretta in bocca?