Ambiente & Veleni

Desertificazione: bere vino con tappi di sughero aiuta a contrastarla

Bere bene, bere vino con il tappo di sughero, fa bene alle terre del Mare Nostrum.

Nessuno ne ha mai parlato prima che diventasse importante salvaguardarne l’esistenza, da qualche anno l’Apcor, l’Associazione portoghese del sughero, che raggruppa 270 aziende anche straniere, insieme alle associate italiane Amorim Cork Italia, Sugherificio Ganau, Sugherificio Molinas e Mureddu Sugheri, si è attivato per difenderlo e promuoverlo, non solo per questioni d’affari. Le sugherete fanno da cornice a buona parte del Mediterraneo e ne contraddistinguono l’identità ambientale. Presenti quasi in via esclusiva in Portogallo (primo produttore al mondo ), Spagna ( 2° ) e Italia ( 3° ), e poi ancora, in ordine di produttività, in Algeria, Marocco, Tunisia e Francia, assorbono 14 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno e costituiscono una solida barriera contro la desertificazione.

La quercia da sughero, Quercus Suber L., ignifuga e resistente al sole, al caldo e al vento, offre uno dei 35 habitat più preziosi al mondo assieme a Ande, Borneo e Amazzonia. Preserva il terreno fertile e da ospitalità a 160 specie di uccelli, 24 specie di rettili e anfibi e 37 specie di mammiferi anche in via d’estinzione, come la lince iberica e l’aquila imperiale. Non nutre solo gli animali, ma anche gli umani: attraverso la lavorazione del sughero vengono occupati in modo diretto e indiretto oltre 100 mila persone, 6 mila delle quali in Italia, suddivise tra 250 aziende.

Se il bacino del Mediterraneo è coperto da 2,2 milioni di foreste di sughero, 225 mila di questi si trovano in Italia e per la precisione, al 90 per cento, in Sardegna. Dei 170 mila quintali di sughero che produciamo all’anno il 70 per cento va a coprire le esigenze dell’industria vinicola per la quale vengono lavorati 1 miliardo e mezzo di tappi ogni anno. Il 16 per cento viene impiegato nella bioedilizia per farne pannelli termoacustici, il 9 per cento va nel settore calzaturiero, il 3 per cento nell’artigianato.

E’ evidente che l’industria vinicola è l’acquirente più significativo. Per questo oggi il sughero va difeso e sostenuto, quando circa 15 anni fa si è passati in modo massiccio dal vino in damigiana tappato con il tappo a corona a quello imbottigliato e tappato col sughero. Improvvisamente la richiesta di tappi di sughero si è impennata e l’industria del sughero, impreparata, non sempre ha saputo rispondere con prodotti di qualità all’aumentata richiesta provocando la messa sul mercato di altri sistemi di chiusura, come il tappo in silicone (meno costoso) e quello a vite.

Oggi la tecnologia è di gran lunga migliorata, grazie all’esistenza di strumenti quali i gasprobatografi è possibile testare a campione la presenza di tricloroanisolo, la molecola responsabile del famoso “sa di tappo” ed evitare di trasformare in tappi le partite “avariate”.

Certo il tappo di sughero, soprattutto se monopezzo, è più caro dei tappi di silicone e a vite, ma in compenso, secondo uno studio sul Life Cycle Assessment, condotto da Price Waterhouse Coopers, il processo produttivo dei tappi  di sughero emette C02 24 volte in meno rispetto alla produzione dei tappi a vite e 10 volte in meno rispetto a quelli di plastica.


Per garantirne il riciclo il Consorzio Rilegno, il Consorzio che oltre ad occuparsi del riciclo del legno si occupa anche di quello del sughero ha lanciato la campagna Tappo chi che coinvolge enoteche, bar e ristoratori per farne dei punti di raccolta e permettere di riutilizzarlo.

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