Società

Beni comuni e comunità: un paradigma per l’alternativa

Da oltre cinque anni il sistema dominante è in crisi e le politiche di austerità messe in atto per superare questa crisi ne hanno acuito le cause – dalla privatizzazione e mercificazione della natura alla finanziarizzazione dell’economia – e amplificato le conseguenze, come l’erosione della democrazia. La riscoperta dei beni comuni, in Occidente e in Italia, può essere letta pertanto come l’espressione del bisogno di comunità e di condivisione, in risposta all’individualismo avido e selvaggio del neoliberismo.

I beni comuni sono principalmente una questione di beni essenziali alla vita e alla soddisfazione dei bisogni sociali, prima di essere una questione di diritti. L’assunzione di questa prospettiva non nega la necessità di un confronto con gli aspetti giuridici dei beni comuni, che variano a seconda dell’ordinamento istituzionale dei diversi paesi. Pone invece un punto di vista fondato sul carattere fondamentale dei beni comuni per la vita umana e non umana, e cioè per le “comunità” umane e per le comunità ecologiche (Fritjof Capra).

Il paradigma dei beni comuni che qui proponiamo è alternativo al capitalismo in quanto fondato sulla con-divisione, l’economia locale, la solidarietà, l’auto-gestione delle risorse da parte delle comunità e la democrazia diretta. Il paradigma capitalista esprime invece la cultura opposta: la proprietà è potere e non con-divisione, la società è fagocitata dall’economia, il legame sociale è lacerato, le risorse naturali sono usate come input inanimati per la produzione di merci da scambiare sul mercato “degli equivalenti”, come se non fossero il sostegno essenziale alla vita sulla terra (the life’s support system).

La recente riscoperta dei beni comuni sarebbe tuttavia un’occasione mancata, se venisse “bruciata” dentro l’orizzonte dell’ordine sociale dominante, per spostarne l’asse degli equilibri politici interni. Se il bisogno di condivisione riemerso di fronte alla crisi non fosse colto come l’occasione per ricomporre la frattura metabolica già individuata da Marx e per costruire un nuovo ordine sociale, che valorizzi le risorse e i mercati locali, introduca forti elementi di democrazia partecipativa, riconosca i movimenti come i nuovi soggetti della politica, accanto ai due soggetti oggi in campo, Stato e Mercato, sempre più ridotti ad un “oligopolio” assoggettato alle regole del mercato capitalistico.

Il rischio che ciò accada è insito nella cultura capitalista, basata sul consumismo di massa e sul profitto privato, che considera “risolti” dal mercato i social needs. Nelle condizioni attuali, di oblio delle esigenze naturali e sociali, la maggior parte dei sistemi politici favorisce derive populiste che fanno a pezzi la democrazia, spostando il conflitto sul controllo dei nuovi mezzi di informazione e sulle nuove tecnologie.

I beni comuni possono dunque diventare un terreno di ricomposizione tra comunità umane e comunità ecologiche, sempre più scisse sul piano economico, politico e simbolico, ma non su quello materiale, non fosse altro perché gli esseri umani hanno bisogno di respirare e mangiare, dunque di comunità ecologiche con caratteristiche idonee a garantire il metabolismo umano. Il limite ecologico del capitalismo così come il legame intrinseco tra crisi economica e crisi ecologica sono una caratteristica fondante del modo di produzione capitalista, non una sua conseguenza negativa – un “danno collaterale”.

Il carattere strutturale dei limiti ecologici del capitalismo pone in discussione le forme e i caratteri della democrazia che si sono storicamente associati ad esso. Al tempo stesso, il regime ecologico capitalista articola differenti, e contrapposti, interessi sociali e progetti di vita individuale e collettiva. Quale forma assumerebbero gli interessi materiali e i conflitti nell’ordine sociale alternativo sopra richiamato? Quali conflitti, ma anche quali alleanze, potrebbero aprirsi in uno scenario diverso da quello capitalista? Come si articolerebbero i percorsi di vita individuale e collettiva? Quale ruolo potrebbero avere i movimenti sociali ?

Rispondere a questi interrogativi non è facile perché l’esperienza storica dei beni comuni in Europa e quella attuale nei paesi del Sud del mondo riguardano contesti diversi da quelli attuali dell’Occidente. Ripercorrere queste esperienze può essere comunque utile, a condizione che sia chiaro l’obiettivo, che consiste nel definire un nuovo orizzonte politico fondato su due coordinate, i commons e le communities: i commons, intesi come risorse/spazi pubblici/beni non mercificati, che soddisfano i bisogni essenziali; le communities, intese come reti (locali e non) di aiuto reciproco, solidarietà e pratiche di scambi non mercificati e dunque come i soggetti di auto-governo dei commons.

Le parole chiave di questa rielaborazione sono: democrazia, libertà e spazio pubblico; nuovi soggetti (comunità locali e movimenti); auto-gestione delle risorse sulla base di ben precise regole consuetudinarie; “sviluppo” locale; interessi materiali, conflitti e loro composizione, tutti concetti modificati costantemente dalle pratiche sociali e politiche. I beni comuni interrogano la democrazia, le sue forme, i suoi obiettivi, i suoi processi, così come la libertà, i suoi significati e la sua articolazione nel rapporto tra individuale e collettivo; la comunità e i movimenti la loro estensione e il loro contributo al “governo” delle risorse; i confini tra locale e globale il rapporto città-campagna e il modo di produzione capitalista.

I beni comuni mettano inoltre in discussione la centralità della coppia Stato-Mercato, fondata sul principio secondo cui il cittadino è un consumatore e la libertà è definita dalla capacità di consumare di ogni singolo individuo. E’ pertanto una questione di forza economica: quanto più si è forti economicamente, tanto più si è liberi. E ciò ha avuto effetti nefasti sulla res publica.

Deve essere ripensato dunque il nesso tra democrazia, libertà e comunità, attraverso la categoria teorica e politica dei beni comuni e dei conflitti che attorno ad essi, alla loro appropriazione e al loro governo, si realizzano quotidianamente nel mondo.

Di Gennaro Avallone, Fabio Parascandolo, Salvo Torre, Giovanna Ricoveri