Economia & Lobby

Cibo ed economia: the American Job, la liberalizzazione dell’obesità

La “mano invisibile” del mercato, guidata dal pugno di ferro delle multinazionali del fast-food, delle bibite zuccherate e degli alimenti ultra-processati, favorisce la diffusione dell’obesità. Se i governi non si affrettano ad adottare misure di controllo riguardo alla produzione e al consumo di questi alimenti nocivi la guerra all’obesità non può essere vinta.

 

L’epidemia di obesità è fuori controllo. Dal 1980, i tassi di obesità sono triplicati in molti paesi e ora ci sono quasi due miliardi di persone in sovrappeso nel mondo. Le ricette politiche per risolvere il problema abbondano. Più istruzione. Meno auto. Più biciclette. Meno Tv. La lista è molto lunga. Finora, tuttavia, gli interventi di sanità pubblica hanno clamorosamente fallito. Perché?

Anche se l’aumento di obesità è spesso descritto come un effetto di scelte individuali, in realtà è un problema riconducibile a cambiamenti politici ed economici avvenuti nella nostra società. In un recente studio, pubblicato nel Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, abbiamo evidenziato che i paesi che adottano politiche di deregolamentazione economica più aggressive hanno sperimentato aumenti più veloci degli indici di massa corporea e del consumo di fast-food e di bibite zuccherate. Dopo aver preso in considerazione numerose spiegazioni alternative e fattori di rischio concorrenti, il nostro studio è arrivato a questa conclusione: quanto più aumenta la deregolamentazione, più aumentano le persone obese.

In che modo la deregolamentazione aumenta l’obesità?

Attraverso la formazione di oligopoli alimentari che saturano i mercati con prodotti alimentari nocivi per la salute. Potrà sembrare paradossale, ma la concorrenza commerciale senza restrizioni tende a generare oligopoli. Questo accade perché, in un mercato senza regole, i vincitori della competizione commerciale finiscono per sopprimere le regole competitive che li hanno fatti vincere. Il tutto si traduce in un graduale declino dei piccoli operatori economici, spinti fuori dal mercato, o semplicemente “inghiottiti” attraverso fusioni e acquisizioni, o quello che può essere chiamato “cannibalismo aziendale.”

Questo è esattamente ciò che è successo nel settore alimentare e agricolo sin dall’inizio degli anni 1980, in corrispondenza della cosiddetta “rivoluzione neoliberista”. È stato proprio durante questo periodo che le diete e consumi alimentari in tutto il mondo sono radicalmente cambiate con aumenti vertiginosi del consumo di prodotti ultra-processati, fast food e bibite zuccherate. L’ascesa e il consolidamento delle catene alimentari, assieme al declino dei produttori locali e piccoli agricoltori, hanno preso piede prima di tutto nel paese che ha capeggiato la “crociata verso la deregolamentazione”: gli Stati Uniti. Come dice un vecchio proverbio, “quando gli Stati Uniti starnutiscono, il mondo prende il raffreddore.” La deregolamentazione è diventata globale e il consumo di prodotti “obesogeni” ha rapidamente varcato i confini nazionali fino a modificare la dieta del pianeta.

Con la diffusione di alimenti nocivi, gli oligopoli alimentari hanno realizzato enormi profitti fino ad acquisire il potere di fissare i prezzi a piacimento e determinare i termini e le condizioni dei loro settori di mercato. Le grandi aziende alimentari sono diventate molto attive politicamente fino a esercitare forti pressioni contro regole e leggi volte a tutelare la salute pubblica e a proteggere i piccoli agricoltori. Le multinazionali degli alimenti hanno inoltre investito enormi capitali in pubblicità finendo col plasmare preferenze e gusti, in particolare dei bambini. Circa il 96% degli scolari americani è in grado di identificare Ronald McDonald e l’unico personaggio immaginario più riconosciuto è Babbo Natale!

Cosa si deve fare quindi per fermare l’obesità?

Un buon modo per iniziare potrebbe essere introdurre una “tassa sugli alimenti ultra-processati” come il fast food, gli snack e le bibite zuccherate. I neoliberisti e le grandi multinazionali pensano che ogni forma di tassazione sia una specie d’intrusione sleale negli affari commerciali, ma pochi sanno che perfino Adam Smith era favorevole a una tassa sullo zucchero. Nel libro La ricchezza delle nazioni (1776) scrisse: “zucchero, rum e tabacco, non essendo merci di prima necessità, ma di consumo quasi universale, sono bersagli estremamente adeguati per la tassazione.”

I ricavi delle tasse sugli alimenti ultra-processati, fast-food e bibite zuccherate possono essere utilizzati per sovvenzionare frutta e verdura e piccoli agricoltori che coltivano prodotti freschi e sani. Nel nostro studio, tutti i paesi hanno sperimentato incrementi di obesità e consumo di fast-food, ma in alcuni paesi come la Svizzera ci sono stati incrementi più marginali. Certamente, non è frutto del caso se in un paese come la svizzera, la maggior parte degli agricoltori sono piccoli produttori. Il 60 % dl loro reddito è coperto da sovvenzioni governative.

C’è poi bisogno di riforme per scoraggiare l’agricoltura industriale su larga scala che utilizza una quantità eccessiva di fertilizzanti, pesticidi, sostanze chimiche, ormoni della crescita e antibiotici. È fondamentale inoltre emanare regole più severe per quanto riguarda l’imballaggio e l’etichettatura dei prodotti alimentari e nuove norme sulla pubblicità di prodotti insalubri, ai bambini. La riforma più importante però è l’adozione di leggi antitrust per ridurre la concentrazione di attività commerciale in pochi oligopoli.

Naturalmente, è difficile che queste riforme possano verificarsi se l’ideologia dominante, in materia di politica economica, rimane quella del mercato che si autoregola. Come osservò l’economista americano Arthur Okun, “il mercato ha bisogno di un posto, ma il mercato deve essere mantenuto al proprio posto.” Finché i settori alimentari e agricoli continueranno a essere dominati da governi deboli e oligopoli forti, la guerra all’obesità non può essere vinta.